8 Marzo – Festa della donna. Quale il suo ruolo?

mryParlare di parità di genere è parlare di un parametro del livello di sviluppo di un Paese. Che ancora oggi si discuta di un fatto dato per acquisito è segno della presenza di una stortura nel sistema.
Circa il ruolo delle donne in Italia si è ricorso di frequente a numerosi stereotipi e semplificazioni. L’esempio più eclatante è quello posto dal movimento del femminismo. L’aspetto semplificatorio di fronte a questo fenomeno è duplice: da una parte lo si ridicolizza, lo si limita alla mera esteriorità (modo di vestire, slogan, ecc.) tentando evidentemente di depotenziarne la portata; dall’altra parte si assiste piuttosto ad una sorta di auto-clausura, per cui le donne sono coloro che scelgono di non mischiarsi con una società che in fondo non le capisce. Questi due estremi hanno fatto perdere la cognizione di ciò che lo stesso femminismo è stato realmente.
Storicamente, bisogna partire dagli anni Settanta: l’Italia è appena uscita da un periodo complicato (gli anni del terrorismo, la crisi economica, per citarne alcuni) e sta entrando nella cosiddetta “stagione dei movimenti”: è quello dei giovani, è quello degli operai, è quello delle donne. Sono loro che diventano protagoniste della scena movimentista del 1968; entrano anche nelle fabbriche e qui le donne operaie fanno da cerniera tra il mondo lavorativo e la società. Da questo momento in poi inizia l’esistenza politica della donna, una vera e propria battaglia che nasce dalla volontà di disfarsi dei ruoli che le sono stati forzatamente attribuiti – l’angelo del focolare – da una società appartenente agli uomini.
Di qui ad oggi, perché la situazione è tanto degenerata?
A partire proprio da quegli anni Ottanta, la stagione della società dello spettacolo, quella in cui il privato diventa di dominio pubblico, ciò che aveva importanza era la forma, il corpo, la moda, l’apparenza (le femministe invece vestivano larghe e informi, persino bruciavano reggiseni, non volevano avere nulla a che fare con questa società). Ed oggi? Viviamo in un periodo storico in cui non esistono più ideologie, è l’era dell’omologazione e della più assoluta esposizione del privato su arena pubblica (i social network): da questo punto di vista, il corpo è largamente esposto al mondo ed è talvolta una spettacolarizzazione rischiosa. Tuttavia, molte donne hanno di fatto già accettato questa condizione (in televisione, politica, ecc.) e lo hanno fatto come figura subalterna; non sono certo mere vittime, ma il prodotto di una società che ha proposto loro un modello a cui hanno aderito. E’ forse una negazione del passato? Certamente limitare un giudizio a questa affermazione è sbagliato, così come non si può attribuire tutta la colpa all’assenza delle femministe sulla scena odierna, né pensare che quel passato da protagoniste si possa impiantare allo stesso modo oggi, poiché sarebbe fuori luogo. Quello che rimane è capire quanto il femminismo ha lasciato in eredità, perché cambiano i linguaggi, i modelli, le forme di partecipazione, ma la sfida rimane aperta. L’auspicio comune è che azioni e memorie del movimento femminista non rimangano solo storia, ma diventino modello di partenza perché la situazione attuale possa essere scardinata.
La parità di genere è inoltre un valore costituzionale. La nostra Costituzione afferma uguaglianza, formale e sostanziale in più settori: famiglia, lavoro, elettorato e pubblici uffici. Si ricordi a proposito l’importanza decisiva che hanno avuto le donne costituenti: di fronte a queste signore, persino uomini di elevato spessore culturale non furono in grado di argomentare sui motivi per cui la donna non avrebbe potuto accedere alle cariche pubbliche, affermando piuttosto che studi scientifici dimostravano che in determinati periodi non ne sarebbe stata in grado! Discriminazioni di genere passavano allora come qualcosa di biologico, ma altro non erano (o non sono?) che violenze alla Legge stessa.
Numerosi problemi sono ancora lungi dall’essere risolti, come la parità di retribuzione o l’accesso a determinati ruoli, ma grazie all’intervento costante della Corte Costituzionale si assiste all’inizio dell’affermazione del principio di parità di genere. Alla fine bisogna che si accetti l’idea che essere diversi non significa essere migliori né che si debba essere discriminati; le donne sanno fare altro rispetto agli uomini e rivendicano di contribuire alla crescita del proprio Paese offrendo ciò che possono, compresa una sensibilità differente che conduce a soluzioni diverse. La diversità è un valore e come tale va considerato in una società pluralista qual è quella odierna; la paura del diverso al giorno d’oggi è qualcosa di paradossale più che anacronistico.
Perché, per esempio, eleggere una donna a una carica pubblica? Per lo stesso motivo per cui si elegge l’uomo: perché dimostra di essere una persona valida (e non in virtù di “quote rosa”). Perché devono esserci le donne? La risposta è la stessa al perché devono esserci gli uomini: perché tutti i cittadini, dell’uno e dell’altro sesso (dall’art. 51 Cost.) sono parte della società.

Claudia Pruner

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