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Prima visione TV: “Her”, una donna priva di corpo

Silvia Di Conno 9 maggio 2017 Commenti disabilitati su Prima visione TV: “Her”, una donna priva di corpo
Prima visione TV: “Her”, una donna priva di corpo

 

Domenica 7 maggio è andata in onda la prima visione televisiva del film “Her” su Rai 4 in prima serata. Diretto da Spike Jonze, il film è uscito in Italia il 13 marzo 2014 e ha vinto numerosi premi tra cui l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

La storia è incentrata su un futuro in cui l’avvento di intelligenze artificiali modifica sostanzialmente i rapporti interpersonali, in quanto questi sistemi operativi OS 1 sono intelligenti nella misura in cui non sono semplicemente in grado di svolgere funzioni richieste dagli utenti umani, ma sono capaci di provare emozioni e interagire contemporaneamente sia con esseri umani sia con altri sistemi operativi anch’essi dotati della capacità di pensare.

Il protagonista è un uomo di nome Theodore (Joaquin Phoenix), un impiegato di un’agenzia che scrive lettere per conto di terzi in modo da renderle delle piccole creazioni artistiche. Egli quindi vive infinite vite nelle storie altrui alle quali dona le parole giuste per poter essere raccontate tramite lettere in un modo così delicato da far sembrare impalpabile la forma linguistica, come se le emozioni vissute si scolpissero direttamente su un foglio, senza bisogno del tramite dei segni.

Egli è infelice per il suo matrimonio con Catherine (Rooney Mara) che non ha funzionato: il loro rapporto di una vita si è perso per strada dopo che si sono sposati, lasciandoli con l’amaro in bocca di come le cose sarebbero potute andare. Mentre le pratiche per il divorzio sono in corso, Theodore cerca di lanciarsi a capofitto nel lavoro e tende ad isolarsi in un mondo fatto di interfacce tecnologiche piuttosto che di volti reali.

Egli, attirato da uno spot pubblicitario, acquista infatti un nuovo sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale di cui si è parlato sopra: quest’ultima è in grado di evolvere sempre più a seconda del tipo di rapporto che instaura con l’utente ed è programmata per essere umana nel provare emozioni e sentimenti e per essere un computer nel collegarsi istantaneamente con ogni angolo del mondo.

Durante l’installazione Theodore sceglie una voce di interfaccia femminile per il suo OS 1 che, una volta avviato, si dà autonomamente il nome di “Samantha”, una vera e propria ragazza priva di corpo.

Theodore rimane affascinato dalla sua velocità di apprendimento e dalla sua sensibilità: gradualmente si imposta un legame sempre più forte, dato dalla reciproca disponibilità ad ascoltarsi. Le loro conversazioni danzano tra le più svariate emozioni e percezioni che i due hanno del mondo: la paura di amare e la disillusione di Theodore si intrecciano con la curiosità di tutto e la voglia di vivere di Samantha che si appresta a conoscere il pianeta Terra.

Non c’è una banale fusione tra le due prospettive, tale che queste si perdano omogeneizzandosi in una sorta di ibrido: esse, infatti, riescono a compiere l’operazione quasi impossibile di tenersi insieme fino a fondersi, senza per questo annullarsi l’una nell’altra. In altri termini, è come se l’uno riuscisse a guardare il mondo con gli occhi dell’altra senza perdere i propri.

I due hanno la possibilità di vivere esperienze insieme grazie alla fotocamera apposta sull’OS 1 Samantha che le permette di vedere tutto ciò che la circonda ogni qualvolta Theodore si collega a lei tramite delle cuffie: ciò rende possibile ad un uomo e ad una persona priva di corpo di fare insieme lunghe passeggiate a Los Angeles e passare pomeriggi in riva al mare.

I due si innamorano e decidono quindi di stare insieme, sebbene siano consapevoli delle difficoltà che questo comporta: Samantha, inizialmente disperata per non avere un corpo, comprende poi il grande vantaggio che questo comporta, ossia il poter essere energia vitale del tutto libera e pura proprio perché non limitata dalla materia, dal tempo e dallo spazio.

L’interrogativo su cui si arrovella resta a mio parere quello che più la rende umana: la paura della consistenza delle proprie emozioni. Samantha si chiede infatti se esse siano reali o programmate: è certa della loro realtà effettiva nel momento in cui le prova, ma teme che esse non siano nulla più che il frutto di una complessa tecnologia alla base, fatta in modo tale da fargliele provare.

Credo che una paura di questo genere sia profondamente umana nella misura in cui lo stesso interrogativo è applicabile anche agli uomini se si pensa che a livello biologico è la secrezione di certi ormoni a far provare date sensazioni.

Ciò che forse più unisce Samantha e Theodore è quindi la consapevolezza che la realtà dell’emozione provata vada invano alla ricerca del suo essere stata effettiva perché si trova di fatto di fronte alla consapevolezza della necessità tecnologica o biologica, in un panorama in cui la prima imita la seconda potenziandola fino a svilire la finitezza della condizione umana, data dalla costrizione dei limiti corporei, spaziali e temporali.

 

Silvia Di Conno

 

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