Un profilo biografico di Giuseppe De Nittis dopo 170 anni

DN (1)Riprendo l’intervista al prof, Lamacchia, dopo il bilancio che ci ha tracciato di questi 170 anni dalla nascita dell’Artista.

– Hai parlato della veste ‘impropria’, come l’hai definita, in cui è stato presentato De Nittis e di quanto per esempio lui stesso fosse contrariato quando i giornalisti lo presentavano come un pittore parigino o peggio come un italiano impariginito. Ma tu come lo presenteresti oggi? Consegnaci un tuo piccolo profilo.

– È una cosa che faccio con piacere. Sarebbe bello poter parlare del De Nittis facendo ‘tabula rasa’ di quello che non va, senza dover dire ‘attenzione a quanto è stato scritto sul tale punto e ai tali quadri non autentici’, ma purtroppo in un lavoro critico lo si deve fare. Potesse esserci un Anno Zero per De Nittis!

Sono ormai trentatré anni che mi occupo di quest’artista e della sua donna e modella inevitabilmente, e per me sono un po’ come degli amici, tanto mi pare di vederli. Ho sviluppato una riflessione inespressa che queste tue interviste mi consentono di mettere a fuoco e di consegnarli a qualcuno, perché non so se potrò occuparmene ancora e al punto di scrivere altri libri.

Ora proverò a tracciare la sua vicenda artistica e umana.

Se penso al De Nittis giovane, dopo la perdita dei nonni, lo vedo a Napoli sotto la tutela del fratello più grande, ma poco più che ventenne, che non era per nulla entusiasta del suo progetto di diventare pittore, e credo che lo abbia assecondato per obblighi legali, iscrivendolo a un corso di figura e poi all’Accademia, dove è buttato fuori per indisciplina insieme con altri compagni che come lui non hanno stima di alcuni professori. Fa subito studi all’aperto, solo, mangiando peperoni e formaggio – come racconterà. La sua pittura è antiaccademica e in tutta la sua carriera si opporrà all’accademismo. Non ha diciotto anni e i suoi amici sono pittori, spesso più grandi di lui. Entrerà in un gruppo di intransigenti chiamato ironicamente ‘repubblica di Portici’.

 Persino anni dopo la morte saranno ricordati i suoi giudizi taglienti e le sue battute sulla ricerca dei veristi napoletani. E’ ipercritico e si fa nemici, anche tra quelli che potrebbero scrivere bene di lui.  Non è ancora nato l’impressionismo ma il movimento dei macchiaioli sì, e a Napoli conosce uno dei suoi più combattivi esponenti, il Cecioni, scultore, che lo informa delle nuove ricerche. Conosce i macchiaioli che sono entusiasti delle sue ricerche: ha solo vent’anni. A ventuno, dopo aver venduto tutte le tele più belle dipinte in Puglia, si reca a Parigi, dove, poco prima di incontrare il mercante d’arte che lo lancerà, Goupil, i napoletani che lo riconoscano ridono del suo sogno, che invece si realizzerà la pittura francese gli offre un’occasione per affinare la sua tecnica, specie nel trattare le figure.  Incontra la donna che sposa mesi dopo, a ventitré anni, alla vigilia della sua esposizione al Salon, che gli darà un figlio. Il giorno della dichiarazione della guerra franco-prussiana compra una palazzina. Messosi  in salvo a Napoli, lavora alle tele che saranno apprezzate dagli italiani e dai francesi. Poi, di ritorno a Parigi, dove conosce i pittori indipendenti, partecipa all’esposizione degli Impressionisti, ma Goupil gli mostra una sottoscrizione in cui i francesi in quel momento di crisi gli chiedevano di non comprare le sue opere, perché era italiano, ma quelle loro. Inizia i suoi viaggi di lavoro a Londra che gli fruttano vendite più vantaggiose di quelle parigine. Ormai la sua tecnica, tanto nel prendere i paesaggi quanto nel rendere le figure, anche in movimento, è raffinatissima, e molti cercano di invitarlo. Quando Goncourt vedeva delle tele alla sua maniera le chiamava ‘denittiserie’. E’ uno degli artisti più noti e acclamati e la Francia, gli tributa la Legion d’Onore e ha solo trentadue anni. Da qualche tempo cerca di avviare al successo gli artisti di talento, specialmente italiani. Fonda, insieme con altri, un’esposizione internazionale, ma è proprio lui, non i colleghi francesi, a chiedere a Petit l’ospitalità della sua Galleria – come ho trovato in un giornale francese. Continua a sperimentare. Dice a un amico scrittore, il Claretie, ‘ho profilato tutte le tecniche del mio tempo’ e gli confida che gli impressionisti gli rimproverano di dipingere come loro ma di avere più sostenitori.  Si avvicina anche ai simbolisti. Fa costruire un Hotel, uno dei più grandi di Parigi, per lavorare come vuole, anche all’aperto, e attorniarsi di amici artisti. Investe in azioni, cerca, come scrive al fratello, una rendita che gli consenta un’arte sempre indipendente e affrontare i momenti in cui le vendite non vanno come dovrebbero. Poi, a soli trentotto anni e sei mesi, muore.

Questo per me è De Nittis. E non penso che questo carattere, questa tempra, trapeli nelle pubblicazioni del nostro tempo.

Antonio Calisi

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Antonio Calisi

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Direttore Editoriale

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