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“The place”: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?

Silvia Di Conno 15 novembre 2017 Commenti disabilitati su “The place”: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?
“The place”: cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?

Il 9 novembre è uscito nelle sale cinematografiche italiane il film “The place”, adattamento cinematografico della serie televisiva “The Book at the end” e diretto da Paolo Genovese.

La storia verte attorno all’agenda di un personaggio (Valerio Mastrandrea) da cui si recano ben nove persone in situazioni di difficoltà tali per cui l’unica via di uscita sembra essere la possibilità di far ricorso a quest’uomo, una figura senza né nome né storia, atta solo ad ascoltare le persone che cercano aiuto per comunicare loro i compiti terribili che devono intraprendere per ottenere ciò che cercano.

Completamente non responsabile degli atti turpi che richiede di compiere, il protagonista innominato sembra non possedere né vita, né storia, né colpe: pare piuttosto adagiarsi sui pesi delle vite altrui mostrandosi gelido di fronte alla disperata ricerca del male minore da parte di queste persone.

Questo personaggio pare essere nulla più che un tramite tra un qualche tipo di ordine prestabilito negli incastri delle vicende umane e il libero arbitrio dei singoli, come se ci fosse una sorta di Dio onnisciente che, pur avendo una visione globale di tutto ciò che succede ovunque ad ogni persona, non interviene nelle vicende umane, in modo da preservare la libertà d’agire degli uomini.

In questa dimensione di un Dio onnisciente ma “passivo” -prospettiva che resta solo probabile, in quanto non esplicitata nel film- quest’uomo non ha poteri particolari, ma svolge un’attività che chiunque potrebbe fare: sembra infatti limitarsi a leggere quale sia il compito corrispondente al desiderio di ognuno e a prendere appunti sui racconti delle persone che godono della totale possibilità di svincolarsi in qualunque momento da questa sorta di “patto col diavolo” se si rendono conto di non riuscire a portare a termine il compito che farà realizzare il loro sogno.

La provocazione lanciata da Genovese è dunque da intendersi nei termini del rapporto tra natura e cultura, e cioè mettere in scena possibili comportamenti dei singoli di fronte alla volontà egoistica di raggiungere il proprio scopo: fino a che punto, quindi, pur di soddisfare l’esigenza naturale di perseguire il proprio utile, si è in grado di sacrificare norme culturali come rispettare la sfera d’essere e d’agire dell’altro non essendo violenti nei suoi confronti? La risposta che l’uomo misterioso perennemente in ascolto dà è che per perseguire qualcosa di veramente importante ci scopriamo capaci di fare ciò che non avremmo mai immaginato di poter fare, infrangendo norme per noi indiscutibili fino a quel momento.

Tutte le vicende di questi personaggi, incastrate le une con le altre, si consumano in ciò che riferiscono all’uomo con l’agenda che li riceve sempre singolarmente e solo al bar “The Place” che, con una trovata teatrale, è l’unica ambientazione di tutta la pellicola cinematografica: ciò che effettivamente succede, dunque, non è mai visibile, ma si hanno a disposizione solo le parole dei personaggi, quasi a ricordare come la nostra realtà sia riducibile al racconto che ne facciamo. Il bar “The Place” diventa l’unico posto in cui accadono tanto le narrazioni dei nove quanto lo svelamento delle verità terribili sul da farsi da parte dell’uomo con l’agenda. Questo bar, pertanto, in quanto unica ambientazione possibile per mantenere credibile il film, fa dunque divenire non luoghi tutti gli altri posti in cui accade effettivamente ciò che è raccontato da questi nove personaggi.

Silvia Di Conno

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