“The danish girl”, la vicenda storica del primo transgender

The danish girl“The danish girl” è un film del 2015 attualmente nelle sale cinematografiche italiane e diretto da Tom Hooper che ha riadattato in chiave cinematografica l’omonimo libro di David Ebershoff. L’attore protagonista del film è Eddie Redmayne che interpreta Lili Elbe (1882-1931), artista danese nata di sesso maschile sotto il nome di Einar Wegener e ricordata per essere stata la prima a sottoporsi a una serie di interventi chirurgici per il mutamento del proprio sesso negli anni ’20 del ‘900.

All’inizio del film si è spettatori di un amore da sogno di questa giovane coppia di sposi entrambi artisti: Einar specializzato in dipinti di paesaggi e Gerda in figure femminili. Quest’ultima chiede al marito Einar di travestirsi da donna per farle da “modella” per un dipinto: la figura femminile rappresentata viene da Gerda chiamata Lili Elbe e presentata come la cugina di Einar.

Il ritratto di Einar vestito da donna acquista una grande popolarità che gli fa gradualmente perdere di vista la linea di demarcazione tra rappresentazione artistica e realtà: egli inizia infatti a recarsi regolarmente a tutte le feste e gli eventi pubblici travestito da donna, presentandosi come Lili Elbe.

All’inizio il travestimento può apparentemente richiamare alla classica tradizione carnevalesca di sovvertimento dell’ordine naturale e morale prestabilito, infatti a un primo livello di lettura il gioco e il gusto di sperimentare vesti e forme diverse sembrano muovere Einar. Poi, però, il procedere della storia pone dinanzi a un progressivo sconvolgimento psicologico del protagonista che nulla ha a che fare con il motto senecano per cui “almeno una volta all’anno è lecito impazzire”: Lili, alter ego di Einar, diviene infatti una presenza sempre più dominante nella sua coscienza, fino a rendere un ingombro la consapevolezza originaria della propria identità sessuale maschile.

Ecco che la vita e l’arte e specularmente la realtà e il gioco divengono del tutto sovrapponibili, fuse e ormai non più discernibili: il valore del travestimento è dunque notevole in quanto consente un’uscita da sé propedeutica ad un ritorno dell’io a se stesso, ormai non più lo stesso perché scavato dall’acquisizione di una nuova consapevolezza di sé.

Il nesso di continuità di quest’identità interrotta, ricercata e poi ricostruita sembra essere l’amore di Gerda: il regista rappresenta in modo mirabile il coraggio di questa donna che, nonostante la disperazione e la non accettazione iniziale, poi riconosce suo marito in Lili e trova la forza di sostenerlo nella sua crisi di identità  e negli interventi chirurgici per la transizione sessuale.

Il rapporto tra Gerda e Einar è quindi mutato dall’attraversamento della sofferenza: l’evoluzione del loro legame rispecchia specularmente le loro modificazioni psicologiche, scaturite dall’impatto di eventi interni (nel caso di Einar) ed esterni (nel caso di Gerda) sulla coscienza, in quanto per Einar la prima causa  dello sconvolgimento dell’io sorge nelle pieghe del suo stesso pensiero e sarebbe emerso comunque anche se non si fosse travestito, per Gerda la crisi è frutto della riconsiderazione del marito della propria identità sessuale. Ciò che, nonostante tutto, resta saldo è l’indissolubile legame tra i due che trasformano quell’amore che li spinse a sposarsi, sugellandolo ora  in una fraterna reciproca appartenenza di anime.

Risulta essere più che mai significativa la messa in luce degli svariati tentativi medici di “normalizzare” i comportamenti di Einar, visti come devianze psicologiche curabili con scosse elettriche, in una prospettiva in cui si riteneva superbamente di avere il diritto di affermare cosa fosse normale e cosa, di conseguenza, non rientrasse in questa bolla di certezze prestabilita, ritenendo necessario o curare ciò che era considerato “diverso” dal “normale”, oppure etichettare la “diversità” come malattia, tenendo celati in manicomi casi definiti clinici.

Come affermerebbe Foucault, la storia delle grandi imprese umane corre in parallelo alla storia delle devianze, per cui le vicende storiche narrate nei libri non sono altro che il tentativo di censurare l’invisibile, categorizzato come patologia da tenere sotto controllo. Questo film sembrerebbe accogliere la concezione di Foucault della necessità di dialettizzare lo spettro del visibile, facendo emergere una figura quale Einar/Lili che sembra parlare in nome di tutti i “reietti della storia”.

La funzione di documentario non è quindi scindibile da quella psicologica in questo film, volto a far camminare gli spettatori per strade solitamente poco battute dalla cinematografia tradizionale: esse gridano storie di disperazione e di vuoto incolmabile lasciando all’implacabile voglia di ricerca del proprio essere l’unica via di uscita, al di là di ogni pregiudizio.

Silvia Di Conno

 

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