Siena, ultimo incontro di C’è tempo per ogni cosa

Il 22 maggio si è svolto il quarto e ultimo incontro online dei seminari-laboratori del venerdì C’è tempo per ogni cosa, presieduti da Don Roberto Bianchini e suor Chiara Cioli della Pastorale Universitaria di Siena. Dopo aver affrontato il tema del tempo, dell’essenziale e del silenzio, si è parlato della parola.

Nell’intervento di Suor Chiara si è analizzato il concetto di parole di pietra, parole consapevoli e parole di vita. Ogni giorno viviamo dentro parole contraffate, in cui parola e anti-parola sono in un continuo duello. La parola esiste grazie al respiro, tramite il soffio divino che la anima ed è importante comprendere quando le nostre parole provengono dallo spirito e quando sono contraffazione di parole. Bisogna partire dalla percezione del nostro corpo che è relazione tra le sue varie parti ed è idea-parola del Padre. Siamo un’idea perché siamo pensati da Dio e se riuscissimo a giungere a questo “pensato” arriveremmo al nostro vero essere. Ma non è qualcosa di immediato, poiché, a causa di un principio di separazione che abita dentro di noi tutto viene percepito in maniera distorta. Per questo si parla delle cosiddette “parole di pietra” che sono l’effetto del fatto che ognuno di noi ha costruito se stesso su questo principio di separazione: si tratta dell’“io egoico”. Le parole di pietra hanno un nucleo chiuso e ci hanno separato da un nucleo più profondo che è il nostro vero sé, sono parole spesso negative che distruggono parte di noi, svalutandoci, o facendoci percepire gli altri in maniera distorta. Da questo stato di scissione derivano le parole consapevoli che si trovano in uno stato dell’essere diverso, ovvero quando si decide di non vivere più con un’immagine falsificata. Si cominciano a identificare in modo preciso le distorsioni e a vivere in maniera diversa tutte le difficoltà di relazione, non si ha più bisogno di qualcuno da accusare. Ciò accade nel momento in cui riusciamo a spegnere i pensieri di pietra, cioè le credenze egoiche, condizionamenti che non fanno fluire l’anima e la rendono costipata. Non è facile far ciò, perché affezioniamo a questi pensieri. Per spegnerli non si intende ignorarli e bypassarli, ma imparare a farli morire, per poi integrarli dentro di noi, amarli e trarne energia vitale, perché provengono dal nostro vero Sé. In questo modo comincia a dilatarsi la luce cosciente dello spirito e sgorgano le parole di vita dell’io vero che finalmente combacia con il nostro centro che è l’io-Cristo.

L’intervento di don Roberto si è incentrato sulla lettura e analisi di un passo di una lettera di Giacomo (Gc 3, 1-12), che si sofferma sull’ambiguità della lingua, infatti con essa «benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio». La lingua è un «piccolo fuoco che può incendiare una grande foresta». Giacomo sa che l’elemento che mina la comunità è la mormorazione e prorpio attraverso la lingua i pensieri diventano parole e raggiungono i fratelli. Quindi essa, essendo un intermediario tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, deve essere usata nella misura giusta, per questo bisogna porre attenzione al vaniloquio, che produce una parola debole e falsa, al multiloquio, una parola che nella sua abbondanza diviene banale o alla parola che diviene offesa.

La parola è stata da sempre la base per la comunicazione, lo stesso Dio viene visto e pensato come colui che parla, pronuncia una parola che si incarna e dà vita alla creazione. Ma, in un mondo che vive intriso delle parole più disparate è difficile spesso distinguere quale sia la parola apportatrice di bene e quale quella che induca al male. Quindi la soluzione è partire da noi stessi, entrando in contatto con la nostra interiorità, in un silenzio pensante che fa luce sulle nostre paure e sui nostri lati più reconditi. Dopo aver conosciuto, accettato e integrato questa parte di noi potremo essere in grado di produrre e distinguere la vera parola per entrare in relazione autentica con noi stessi e con l’altro.

Martina Ragone

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