Siena, Paolo Fresu in “Tempo di Chet” al Teatro dei Rinnovati

Dal 23 gennaio all’11 aprile, ritorna “Rinnòvati Rinnovati”, una rassegna di spettacoli in collaborazione con il Comune di Siena, Fondazione Toscana Spettacolo, Università degli Studi di Siena e l’Associazione “The Bside”.
Mercoledì 23 gennaio, alle ore 21.15, lo spettacolo “Tempo di Chet”, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, e rappresentato lo scorso otto novembre, ha aperto la rassegna, rendendo omaggio ad uno dei jazzisti tanto leggendari quanto maledetti.
La particolarità di questa rappresentazione è stata la sovrapposizione tra scrittura drammaturgica e partitura musicale. Sullo sfondo Paolo Fresu alla tromba, Dino Rubino al piano e Marco Bardoscia al contrabbasso hanno reso un omaggio immenso al grande jazzista, animando musicalmente l’intero spettacolo con un’alternanza di parti dialogate, in cui la musica fungeva da sottofondo, e momenti di silenzio, in cui era la musica a parlare e a guidare l’animo degli ascoltatori nel mondo di Chet e delle melodie che risuonavano nella sua testa. La parte recitata era basata sul testo dei registi Leo Muscato e Laura Perini ed è stata interpretata da Alessandro Averone, nel suolo di Chet; Rufin Doh, che, tra i vari personaggi, ha recitato nei panni del fantasma di Charlie Parker; Simone Luglio, Daniele Marmi, Graziano Piazza, Mauro Parrinello e infine Debora Mancini e Laura Pozone hanno interpretato le varie amanti, mogli o la psichiatra di Chet.
Le parti dialogate oscillavano costantemente tra passato e presente dell’artista. Per rappresentare al meglio questo scarto temporale la scena è stata divisa in due parti: nel presente una poltrona rossa accoglieva i vari personaggi che avevano conosciuto Baker, i quali si cimentavano nel raccontare al meglio episodi particolari della sua vita, come se si trattasse di un documentario. Sulla stessa scena un jazz club – con il gruppo di Paolo Fresu, Dino Rubino e Marco Bardoscia che suonavano sullo sfondo – raccontava fatti ed episodi della vita di Baker, da quando suo padre gli regalò la prima tromba fino al momento prima di volare, forse suicida, giù dalla finestra di un albergo di Amsterdam.
Chesney Henry, detto “Chet”, Baker, nacque nel 1929 a Yale nello stato americano dell’Oklahoma. Da bambino si avvicinò alla musica cantando in competizioni amatoriali e nel coro della chiesa e la sua scarsissima educazione musicale era compensata dal talento naturale e dall’orecchio assoluto. Da ragazzo il padre gli comprò una tromba, ma a sedici anni abbandonò gli studi musicali che aveva tentato di iniziare e si arruolò nell’esercito. Nel 1950 pose termine alla sua carriera militare per iniziare la sua ascesa nella musica jazz. Quando il grande sassofonista Charlie Parker – che compare all’inizio dello spettacolo come fantasma dall’oltretomba per rimembrare la sua amicizia con Chet – lo sentì suonare per la prima volta, decise di portarlo con sé nel suo tour sulla West Coast.
Ma solo con Miles Davis venne in contatto con il “cool jazz”, una corrente del jazz affermatasi tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta che, ispirandosi al nascente bebop, ne fornisce una versione più cantabile, priva di alcune asprezze armoniche e con vari riferimenti alla musica classica. Sembrava quasi la risposta “bianca” al “nero” bebop, anche se tra i musicisti che contribuirono al suo successo vi furono anche diversi strumentisti di colore, tra cui lo stesso Miles.

Successivamente Baker collaborò con Mulligan e insieme diedero vita a un quartetto dove, per la prima volta, mancava l’accompagnamento del pianoforte. La band si distinse per il duetto tra il sax baritono di Mulligan e la tromba di Baker che suonavano con tecniche contrappuntistiche.
Dopo il declino di Mulligan che finì in carcere per uso di stupefacenti, Baker fondò una propria jazz band, in cui, oltre a suonare la tromba, copriva anche il ruolo di cantante. Iniziò un tour in Europa e in particolare in Inghilterra, Francia ed Italia, dove nel 1962 incise un famoso disco a Roma “Chet is Back!”. Dopo la drammatica morte del pianista del suo gruppo che soffriva di dipendenza dall’eroina, anche Chet iniziò a drogarsi pesantemente, con disastrose conseguenze non solo sulla sua salute, ma anche sulla sua fedina penale. Finì più volte in carcere, dopo essere stato beccato dalla polizia o mentre si drogava o mentre spacciava. Passò oltre un anno in Italia nel carcere di Lucca e subì successive espulsioni da Germania Ovest e Inghilterra, finchè non decise di ritornare negli Stati Uniti.
Nel 1966 Baker subì un episodio spiacevole: fu coinvolto in una rissa con uno spacciatore per problemi di pagamento per una fornitura di droga. I denti anteriori furono molto danneggiati dalle percosse, a tal punto che dovette farseli estrarre perché non riusciva più a suonare per il dolore che gli provocavano. A causa di questo incidente non poté più suonare come una volta, non era più apprezzato da nessuno e per questo decise di non toccare per un po’ la sua tromba.
Dopo qualche tempo, Dizzy Gillespie lo riconobbe nel commesso di una pompa di benzina, lavoro che gli aveva consigliato il padre, perché Baker non aveva più un soldo e non riusciva più ad avere successo nel mondo della musica. Dizzy lo aiutò a rimettersi in sesto, facendogli anche trovare i soldi per sistemarsi la bocca. Baker ricominciò a studiare la tromba con una tecnica diversa per cercare di far uscire il suono di una volta, ma era estremamente difficile suonare con la dentiera e il suo stile dovette adeguarsi a questo cambiamento tecnico.
Negli anni ’70 Baker tornò appieno a suonare, ricominciando la sua carriera da New York. L’ultimo decennio della sua vita lo trascorse quasi tutto in Europa, registrando per piccole case discografiche, senza raggiungere più un ampio pubblico, ma con un buon successo di critica. Ritornò spesso anche in Olanda, dove le leggi sui narcotici gli permettevano di soddisfare la sua dipendenza, che, dopo l’incidente subito, era ormai tornata ai livelli consueti.
Chet Baker, la leggenda del jazz, finì i suoi giorni su un marciapiede di Amsterdam, caduto dalla finestra della sua camera d’albergo. Nello spettacolo non viene rappresentata la scena della morte, ma il momento prima di buttarsi, in cui il musicista riflette sul senso della sua vita.
Un Chat Baker del passato, pieno di sogni, forti convinzioni in controtendenza come quella che suonare jazz è suonare quello che sei, non basandosi su uno spartito prescritto che non senti tuo. La sua testardaggine lo portava a scontrarsi anche con personaggi famosi e la sua libertà interiore a sfidare la vita e ad essere sempre sull’orlo di cadere nel baratro, ma con il coraggio di resistere. Questo Chet del passato dialogava con i personaggi del presente che hanno sfiorato o toccato in profondità la sua vita e, sedendo sulla poltrona rossa, si calavano in diversi contesti socioculturali, epoche e visioni del mondo. Il tutto avvolto dalle note squillanti e intense della tromba di Paolo Fresu; dalla melodia ritmica e briosa del pianista e dal suono denso e preciso del contrabbasso che teneva il ritmo, in mancanza della batteria. I vari stati d’animo che si alternavano sulla scena erano determinati dall’oculata scelta del repertorio, per esempio le ballad, brani lenti, o l’uso della sola tromba con un lungo riverbero, erano impiegati in momenti più riflessivi. Non era presenta la batteria, ma vi erano delle tracce registrate che partivano in sottofondo come accompagnamento per alcuni brani, ma non fondamentali per la buona resa della ritmica.
Uno spettacolo molto particolare ed emozionante che ha permesso allo spettatore di calarsi appieno nei momenti salienti della stravagante vita dell’artista, conoscendolo nelle sue varie sfaccettature, dalla vita familiare a quella lavorativa, dalle sue amicizie ai numerosi viaggi, con l’indispensabile sottofondo musicale di tre grandiosi musicisti che hanno reso perfettamente i tumulti d’animo di Chet, un malinconico sognatore folle.

Martina Ragone

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