Shoah: ecco i fumetti che rappresentano l’indescrivibile

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Affrontare il tema dell’Olocausto non è certo semplice, dato il rischio di banalizzazione in cui nessuno vuol incorrere nel trattare tale delicatissimo snodo storico e vergognoso sterminio. Tuttavia, è necessario ricordare perpetuamente e sviluppare nuove riflessioni e ricerche sul tema. Non dobbiamo mai smettere di onorare e sensibilizzare, come d’altronde ci è stato domandato da Primo Levi.

Abbiamo a disposizione tanti mezzi per lanciare messaggi costruttivi e di monito: uno di questi è il fumetto. Quest’ultimo ha sofferto e, probabilmente, soffre ancora una scarsa considerazione e un declassamento rispetto agli altri linguaggi espressivi. Molti mettono in dubbio la sua dignità e lo relegano ad un gruppo ristretto di argomenti e temi. Dobbiamo abbandonare questa mentalità, come ormai suggerisce anche la critica, e credere nelle potenzialità e nella rispettabilità di tale strumento di comunicazione. Esattamente, il fumetto può affrontare, con estrema sensibilità e decoro, anche il dramma della Shoah.

A Parigi, ad esempio, è stata inaugurata proprio in questi giorni l’esposizione “Le Mémorial de la Shoah”, un inventario di vignette che raccontano in modo diverso l’orrore del XX secolo. Una mostra aperta fino al 30 ottobre per interrogarsi su quest’arte popolare che tenta di affrontare il tema fin dal 1942. Ben 200 documenti originali accanto alle opere di Calvo, Jack Davis, Jean Graton e Paul Gillon.

Alcune testimonianze e disegni vengono direttamente dai campi di concentramento: David Olère, ad esempio, era un pittore, arrestato e deportato ad Auschwitz nel 1943. Il suo compito nel campo era alquanto traumatizzante: nelle camere a gas doveva recuperare i denti d’oro e tutto ciò che potesse essere ancora “utile”, per poi trasportare i corpi senza vita nei forni crematori.  Nei suoi disegni, descrive tutte le tappe di tale orrore, lasciando una testimonianza importante che nessuno avrebbe potuto fotografare o filmare.

Conosciuto anche in Italia, il fumetto « La Bête est morte! » di Edmond-François Calvo, è ugualmente in mostra a Parigi. Pubblicato alla fine del 1944, è un faro in questo settore: infatti, quando ancora la guerra non è finita, gli autori parlano indirettamente di genocidio, in un momento storico in cui il termine era appena stato coniato e non era ancora conosciuto. I personaggi prendono le sembianze degli animali, probabilmente perché il realismo sarebbe stato insopportabile per l’epoca.

Indubbiamente, è esposto anche Maus di Art Spiegelman che, con la vittoria del Premio Pulitzer nel 1992, eleva chiaramente il fumetto a strumento di comunicazione serio e dignitoso. Il fumetto è consacrato in tal modo a mezzo di diffusione eccezionale del memoriale. Maus non è solo un documentario, ma è la storia toccante di un figlio che cerca di capire ciò che suo padre ha vissuto. Il tutto in chiave moderna.

 

 

Giulia Cataneo

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