Serata al gusto d’Oriente

1909880_10205758537704627_8936194837466718769_n[1]Una rigida serata invernale che spaventa i più e costringe molti baresi, impressionati da un freddo inaspettato quanto inusuale, a godere del caldo tepore del proprio focolare.
Un peccato, in realtà, perché in città, in una zona che ha poco della “movida” delle strade centrali pullulanti di gente, ieri 17 gennaio 2016 si è svolto uno spettacolo che avrebbe riscaldato molti cuori.
Al Marrakech Cafè, in Via Albanese, si assiste ad una serata decisamente fuori dal comune in cui il sapiente intreccio di musica e danza dal vivo, declinate in termini puramente orientali, unito a degustazione tradizionale e non, origina un senso di serenità spontaneo e pervasivo.
Un’immersione improvvisa in una cultura estranea, così diversa dalle nostre usanze eppure non meno affascinante. Tutto ha sapore di novità per uno spettatore nudo di aspettative: l’intrigante rincorrersi continuo, ad ogni movimento, di variopinti tessuti ornati di lustrini, l’inebriante profumo di cibi speziati, aromatizzati in modo che le classiche pietanze baresi sembrino un evanescente ricordo, il gioco delle luci, capaci di proiettare ombre sinuose di ballerini sullo sfondo di un palco modesto ma denso di bellezza, arricchito senza eccessi dall’Arte Orientale sapientemente dosata nella danza e nella musica.
Quest’ultima non lascia indifferenti: note sparse con l’obbiettivo di toccare i cuori riempiono completamente l’ambiente trasformandolo in uno spazio carico di elettricità e di emotività, come se alle spalle vi fosse un’orchestra intera e non due soli musicisti. Di innegabile bravura.
L’uno, il chitarrista, base necessaria e solo apparentemente sottotono, lascia il palco nelle mani di un  violista che sbatte  la porta in faccia alla musica da camera e si ispira a Jimi Hendrix nelle movenze, nella carica energetica, nel modo di impugnare questo delicato strumento, più simile ad una chitarra elettrica. Suoni “viziati” come se vi fosse un distorsore impiantato chissà dove si alternano ritmicamente a virtuosismi apicali, portati al’eccesso senza sfociare mai in fastidio, solo in devota ammirazione verso doti tecniche di grandioso spessore.
Profonda ammirazione anche verso i ballerini, di origine ebraica, tunisina, araba o semplicemente italiana, i cui nomi, alle orecchie inesperte o bonariamente ignoranti di molti, non suscitano un immediato insight. Tuttavia basta assistere un attimo alle sensuali e accattivanti movenze di questi danzatori, all’incedere appassionato, alla sinergia dei corpi che vanno all’unisono seguendo il ritmo incalzante della darbuka per comprendere la loro maestria.
Ne è massimo esempio Kaouther Ben Amor, artista internazionale nota per lo stile glamour, l’eleganza teatrale dell’interpretazione, anche espressiva e per le coreografie originali in cui modernità e tradizione si intrecciano perfettamente.
Sulla scena, dunque, si alternano svariati artisti, suggestivi e davvero competenti, che lasciano il fiato piacevolmente sospeso e rendono fede al fascino antico e avvolgente di una terra magica, quella mediorientale, a tratti sconosciuta. Testimoni viventi di una cultura forse troppo spesso giudicata, trattata con sprezzante indifferenza, senza reale contezza e solo perché racchiusa nella spiacevole categoria del “diverso”.
Non deve passare in secondo piano la riflessione che, a mio avviso, questo incontro così gradevole ed inaspettato con l’inusuale vuole suscitare in chi sa guardare oltre il temporaneo stupore per l’affaccendarsi di corpi e di note: la necessità di allentare un po’ il cipiglio carico di odio e scetticismo con cui guardiamo, oggi più di ieri, le altre culture o il diverso; il bisogno impellente di spianare queste rughe del cuore per lasciare spazio ad un senso di curiosità, ammirazione o banale accettazione che, se non dovuto, almeno è necessario per vivere civilmente.
Lo scorrere di molti eventi della nostra attualità, tragici e sconvolgenti, punta ad inaridirci, fa terra bruciata intorno a noi, instilla quel senso di timore che cristallizza le nostre convinzioni in profondi pregiudizi e impedisce che germogli curiosità o benevolenza. E a questo bisogna reagire perché, d’altronde, siamo tutti esseri umani sotto lo stesso cielo, al di sotto del quale l’Arte e la Bellezza rimangono pilastri universali.

 

Francesca Rotondo

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