“Sense 8”: una connessione mentale interplanetaria

 

La serie tv “Sense 8”, è stata ideata da tre menti geniali: Lana e Lilly Wachowski – autori di Matrix e autrici di Cloud Atlas — e quella di J. Michael Straczynski, sceneggiatore di film, fumetti e serie tv come Babylon5.

E’ stata pubblicata su Netflix a partire dal 5 giugno 2015 ed è composta di due stagioni, la prima di 12 e la seconda di 11 episodi. Il 1º giugno 2017 la serie è stata cancellata da Netflix ma, in seguito a proteste e petizioni dei fan della serie, il 29 giugno 2017 è stato annunciato un episodio speciale dalla durata di due ore, previsto per il 2018. Cindy Holland, vicepresidente dei contenuti originali della piattaforma multimediale Netflix ha infatti dichiarato: “Dopo 23 episodi, 16 città e 13 paesi, la storia del gruppo di Sense8 arriva alla fine. È stata tutto ciò che noi e i fan sognavamo che fosse: audace, ricca di emozioni, sconvolgente, dura e assolutamente indimenticabile. Non c’è mai stata una serie così veramente globale e con un cast e uno staff così equamente diversi e internazionali, un riflesso della comunità connessa di appassionati in tutto il mondo. Ringraziamo Lana, Lilly, Joe e Grant per la loro visione e l’intero cast e tutti coloro che ci hanno lavorato per l’impegno e la qualità del lavoro»

La storia è incentrata su otto persone provenienti da differenti parti del mondo che scoprono di appartenere alla specie dell’homo sensorium, differente da quella del sapiens nella misura in cui i suoi membri, detti “sensates”, sono in grado di connettersi in qualunque momento tra loro, avendo accesso alle esperienze passate e presenti dell’altro, avvertendo quello che egli sente nell’esatto momento in cui quella percezione si verifica.

In questa specie umana hanno un’importanza determinante la DMT (dimetiltriptamina), la risonanza limbica e lo psycellium: la DMT è una sostanza naturalmente prodotta dal corpo umano e assorbita dal cervello tramite il flusso sanguigno; un apposito enzima (l’ammino ossidasi), però, la scompone in pochi secondi dopo che è stata prodotta dal corpo o assunta come sostanza allucinogena: questa è la ragione per cui negli esseri umani gli effetti della DMT hanno una durata breve.

Le sorelle Wachowski e Straczynski con questa serie lanciano quindi qualcosa di molto più forte di una provocazione, chiedendosi cosa succederebbe se in alcuni cervelli la DMT agisse in modo permanente: prospettano così l’utopia dell’homo sensorium, una specie con sembianze umane ma dotata di una capacità di percezione del reale che va al di là di ogni possibilità di comprensione per un sapiens. In altri termini, se gli esseri umani non possono avere accesso a realtà parallele se non tramite l’assunzione di allucinogeni come la DMT, i sensates, invece, non possono sperimentare la realtà con la stessa logica spazio temporale degli umani se non tramite l’assunzione di beta bloccanti, sostanze che permettono l’interruzione momentanea delle proprie straordinarie capacità percettive.

In questa prospettiva, quindi, cercare di parlare di una realtà più vera dell’altra è in sé una questione mal posta, visto che alla base vien meno lo stesso concetto di realtà che appare come nulla più che una convenzione dei sapiens, qualcosa che di comune accordo è da loro riconosciuto. Questo riconoscimento, però, non implica appunto la veridicità del sistema: l’etichetta di “unica realtà” apposta a quest’ultimo è infatti ovviamente del tutto insufficiente a renderlo tale. L’ottusità dei sapiens è però tale da non far accettare loro ciò che è al di là del loro solido sistema di certezze dinanzi al quale tutto il resto è infatti definito come impossibile e inconcepibile: questa è la ragione per cui i membri della BPO (biologic preservation organization) cercano di rapire e lobotomizzare i sensorium perché “pericolosi per il genere umano”; proprio la lotta tra sensates e BPO è infatti il tema centrale attorno a cui si sviluppa la storia.

Per quanto concerne le altre caratteristiche dei sensates, la risonanza limbica è responsabile del mantenimento della memoria a lungo termine che accomuna questa specie: all’interno di questa i vivi riescono a vedere i morti e a rivivere le loro esperienze passate, come se ci fosse una sorta di inconscio collettivo condiviso dai sensates tramite cui è possibile rimasticare la vita di quelli che non sono più tra loro.

Lo “psycellium”, sebbene oggetto di invenzione degli ideatori della serie, prende ispirazione dall’esistente Mycelium, termine usato per indicare una connessione naturale tra i funghi che permette di riciclare i rifiuti trovati convertendoli in terra fertile per la crescita delle altre piante.

Questo collegamento presente in natura è analogo alle sinapsi neuronali nella mente umana ed è stato la fondamentale ispirazione per l’invenzione della connessione internet. Come un personaggio della serie sostiene, però, se l’homo sapiens ha inventato Google negli anni ’90, l’homo sensorium l’ha già avuto sin dal Neolitico grazie appunto allo psycellium che permette di realizzare – come afferma Amanita- una sorta di videochiamata su facetime senza bisogno di un cellulare.

Così come i funghi nelle foreste sono suddivisi in piccoli raggruppamenti all’interno dei quali c’è una stretta connessione che permette il collegamento con migliaia di altri funghi all’interno di una foresta, allo stesso modo i sensates sono suddivisi in cerchie, famiglie all’interno delle quali si costruisce l’effettiva possibilità di aiutarsi vicendevolmente sostituendosi fisicamente all’altro, donandogli capacità di cui naturalmente non dispone: in tutti i momenti di necessità le abilità e le conoscenze di uno diventano quelle dell’altro all’interno di ogni cerchia.

La cerchia attorno a cui verte questa serie è composta da Capheus, detto “Van Damme” (Aml Ameen/ Toby Onwumere), abile autista di matatu a Nairobi che combatte per salvare la madre dall’AIDS e per il conseguimento di più giustizia nel suo paese; Sun Bak (Doona Bae), coraggiosissima donna d’affari di Seul ed esperta di arti marziali, perennemente in lotta contro i soprusi del padre e del fratello; Nomi Marks (Jamie Clayton), blogger transessuale e hacker di San Francisco; Kala Dandekar ( Tina Desai), chimica farmaceutica di Mumbai eternamente tormentata nelle scelte; Riley Blue (Tuppence Middleton), DJ islandese residente a Londra e tormentata da scuri sensi di colpa; Wolfgang Bogdanow (Max Riemelt), scassinatore di Berlino che si è macchiato di un’infinità di omicidi; Lito Rodriguez (Miguel Ángel Silvestre), celebre attore residente a Città del Messico che vive in una codarda finzione nascondendo la sua omosessualità ai media, in modo da continuare a mantenere il suo ruolo da protagonista macho nei film d’azione; Will Gorski  (Brian J. Smith), poliziotto di Chicago.

Parlando in termini di andamento, di clima che lo spettatore respira guardando queste puntate, si potrebbe definire “nevroticamente armonioso” lo spostamento della “lente di ingrandimento” da un individuo all’altro all’interno della cerchia protagonista della storia: nella seconda stagione una sequenza di scene vertiginose che ben riassume le idee che i creatori della serie vogliono comunicare al pubblico è rintracciabile nel momento in cui in parallelo si vedono le domande poste da due giornaliste a Capheus a Nairobi e a Lito in Città del Messico. Entrambi sono messi sotto torchio da due intervistatrici: il primo perché accusato di avere come eroe Van Damn, un uomo bianco e attore di film d’azione violenti, il secondo perché provocato affinchè confessi la sua omosessualità, palese in seguito a foto divenute virali.

Le due interviste si fondono coinvolgendo tutti i personaggi della cerchia che si insinuano nelle parole che gli intervistati pronunciano: i pensieri e le esperienze di tutti si fondono in un unicum dotato di un’eterogeneità irriducibile. Capheus sbotta affermando che Van Damn è il suo eroe non in quanto bianco, ma in quanto portatore di qualcosa di grande come il coraggio che – come afferma la coreana Sun parlando tramite la bocca di Capheus- è inassociabile a qualcosa di irrilevante come il colore della pelle.

Lito, invece, rispondendo alla giornalista che lo intervista, le fa notare con sprezzo la sua malvagia indiscrezione e quando lei afferma di star solo cercando di capire, interviene Nomi che, parlando per mezzo di Lito, le risponde che sta facendo invece esattamente il contrario di sforzarsi di comprendere perché le etichette sono l’opposto della comprensione nella misura in cui esse sono apposte a ciò che si teme, a ciò dinanzi a cui si è fondamentalmente ciechi.

In questa vertigine mozzafiato di scene incalzanti poste l’una nell’altra è scagliata come una lancia la domanda da parte delle sue giornaliste che, da brave etichettatrici, nello stesso istante chiedono ai loro intervistati chi siano davvero. Le risposte di Capheus e Lito fanno vorticare tutte le questioni degli 8 sensates della loro cerchia che in quel momento sono tutti lì a rispondere a quell’insulsa domanda con un’altra più sensata questione, ossia cosa voglia dire chiedersi chi si è, quali fattori vadano messi in gioco.

In altri termini, siamo le nostre azioni? Siamo quello che amiamo? Siamo i nostri desideri, la nostra direzione? Siamo le nostre paure? Siamo il luogo da cui proveniamo? Siamo quello che abbiamo perso per strada durante la vita? La questione, più che vertere attorno alla possibilità di determinare in quale misura uno di questi elementi piuttosto che un altro costituisca l’io, ruota intorno all’impossibilità di rispondere con il linguaggio a queste domande: sembra potersi prospettare solo un confuso balenare nella mente dei propri inestricabili ricordi ed emozioni. Scorrono con una frenesia scevra da sbavature fotogrammi di vita degli 8 personaggi: tutto ciò che hanno fatto, ciò che amano, ciò che vogliono, ciò che temono e ciò che hanno smarrito è in quell’istante concentrato sulla soglia di quell’attimo che con la sua potenza performativa fa a pezzi ogni immaginabile stolta etichetta.

 

Silvia Di Conno

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