Santi e martiri secondo l’Arte: San Sebastiano

imageContro un cielo scuro e nuvoloso, segnato dalle fronde di pochi alberi e da deboli luci all’orizzonte, ecco un uomo che muore. E’ vestito solo di un panno che copre le sue nudità, ha un corpo possente come quello di un eroe greco; una luce dall’alto lo investe in pieno e solo il suo viso rimane nell’ombra. Ancora non può essere arrivato il suo momento, questo pensa l’uomo, e raccogliendo le ultime forze rimastegli cerca di sollevare la testa e di rialzarsi facendo forza sulle gambe piegate e sui muscoli gonfi. Ma basta il colpo di quell’unica freccia che gli trafigge il cuore e il suo corpo forte subito cede, pende ora inerte da quelle corde che lo legano al tronco per le braccia già stanche. E noi invece siamo tutti spettatori di un dramma che dura un solo istante, i testimoni della ribellione alla morte e dell’abbandono ad essa.
Tiziano Vecellio (1490 ca – 1576) lo dipingeva e firmava nel 1522, come compare sulla colonna a terra. Ma l’uomo che il sommo artista veneto ritrae per noi nel pannello destro inferiore del Polittico Averoldi (Brescia, Chiesa dei SS. Nazzaro e Celso), e che ricorda i Prigioni michelangioleschi di poco precedenti, non è solo un uomo: si tratta di San Sebastiano.
Festeggiato il 20 Gennaio, Sebastiano è sicuramente uno dei santi più amati e venerati sin dall’età paleocristiana e molti altri artisti gli hanno dedicato una propria opera. Secondo la leggenda visse sotto il governo dell’imperatore Diocleziano (284-305 d.C.), del cui esercito fu ufficiale e dal quale fu condannato a morte per la sua opera di soccorso ai cristiani perseguitati e incarcerati. Il martirio stabilito prevedeva che venisse legato ad un tronco e trafitto da così tante frecce che non rimanesse visibile neanche un lembo di pelle (e qui Tiziano ha quindi rinunciato ad una rappresentazione filologica preferendone una più essenziale ed evocativa); i soldati che eseguirono l’ordine, pensando che fosse morto, lo abbandonarono perché se ne cibassero gli animali selvatici, ma egli era ancora vivo; accorsa per dargli sepoltura, Santa Irene lo portò al riparo e si diede alle sue cure. Una volta guarito, piuttosto che fuggire, si presentò di fronte all’imperatore e dopo aver proclamato pubblicamente la sua fede cristiana gli annunciò sia una morte impietosa, sia che tra i suoi successori ci sarebbe stato un sovrano scelto da Dio (si parla di Costantino imperatore dal 306 al 337 d.C.). Diocleziano diede allora l’ordine che Sebastiano fosse fustigato a morte e il suo corpo, flagellato nell’ippodromo sul Palatino, venne poi gettato nella Cloaca Maxima. La salma di San Sebastiano venne recuperata e riposta nelle catacombe sulla Appia Antica che da lui prendono il nome. Viene invocato insieme a San Rocco contro le malattie, in particolare la peste, per esserne preservati (San Rocco pure è presente con un angelo sullo sfondo nel dipinto di Tiziano, mentre mostra le piaghe lasciate dalla malattia sulle gambe). Molti comuni italiani l’hanno scelto come proprio patrono, così come è stato eletto quale protettore della Polizia municipale, degli Arcieri e della Guarda svizzera pontificia. Tra i santuari più antichi a lui dedicati si ricorda la Basilica di San Sebastiano fuori le mura a Roma (impianto originario del IV secolo d.C.), costruita sopra le omonime catacombe.

Claudia Pruner

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