“Potere e giustizia”: lezione del prof. Maurizio Viroli al teatro Petruzzelli

oDomenica 30 ottobre è stata la data del secondo appuntamento previsto dal programma de “La storia nell’arte” : una serie di lezioni tenute al teatro Petruzzelli di Bari da emeriti docenti universitari su varie tematiche (la guerra, il rapporto tra potere e giustizia, il concetto di borghesia e di rivoluzione) da affrontare partendo dalla lettura di opere d’arte.

Questa seconda lezione è stata tenuta dal prof. Maurizio Viroli, studioso di filosofia della politica e di storia del pensiero politico, professore emerito di Teoria politica all’Università di Princeton e all’Università della Svizzera Italiana a Lugano. Alle pubblicazioni accademiche affianca l’attività saggistica, quella editoriale e la collaborazione con varie testate giornalistiche tra cui La Stampa, il Sole 24 ORE e Il Fatto Quotidiano.

La sua conferenza è stata incentrata sulle definizioni di “potere” e “giustizia” a partire dalla lettura dell’opera d’arte “Allegorie del Buono e del Cattivo Governo” del pittore italiano Ambrogio Lorenzetti che fu uno dei maestri della scuola senese del Trecento.

Questo ciclo di affreschi, conservato nel Palazzo Pubblico di Siena e databile al 1338/1339, fu commissionato dal Governo della Città di Siena che in quegli anni era governata da nove cittadini che rimanevano in carica un periodo di tempo limitato per lasciare poi il posto ad altri nove cittadini: questo governo dei nove- come ha evidenziato il prof. Viroli- scongiurava tanto la possibilità di eleggere nuovamente gli stessi cittadini quanto quella di scadere in pericolosi nepotismi.

Questo ciclo pittorico aveva uno scopo didascalico: infatti esso fu disposto lungo la parte superiore di tre pareti della Sala del Consiglio dei nove con lo scopo di essere sempre ben visibile durante le discussioni tra i membri del governo in quella sala riuniti. In questo modo, i governatori nel prendere decisioni per la città avevano visivamente disponibili tanto gli effetti di un buon governo quanto quelli di un mal governo: il ciclo di affreschi -correlato da scritte esplicative- fungeva dunque da deterrente per evitare di scivolare verso la corruzione.

L’articolazione dell’affresco è impostata sulla base di un dittico: l’allegoria di un buon governo (sulla parete di fondo)  e quella di un cattivo governo (sulla parete laterale sinistra) con i rispettivi effetti in città e in campagna, visto che -come ha affermato il docente- per comprendere un concetto non c’è nulla di meglio che coglierlo attraverso il suo opposto.

Nell’analisi della rappresentazione del buon governo il prof. Viroli si è soffermato sulla figura della Sapienza Divina: posta in posizione elevata sulla sinistra, essa è incoronata, alata e con un libro in mano. Con la mano destra tiene una bilancia, sui cui piatti due angeli amministrano i due rami della giustizia secondo la tradizione aristotelica: “distributiva” (a sinistra) e “commutativa” (a destra); la prima è regolatrice  dei rapporti pubblici (punire e premiare chi lo merita),la seconda dei rapporti privati (scambio di cose).

Il concetto di “giustizia commutativa” è reso dall’immagine di un angelo che decapita un uomo e ne incorona un altro, quello di “giustizia distributiva”, invece, è trasposto nella figura di un angelo che consegna a due mercanti gli strumenti di misura nel commercio.

La bilancia è controllata dalla Giustizia che siede in trono: questa virtù è però solo amministratrice, infatti essa guarda la Sapienza Divina che è l’unica a reggere effettivamente il peso della bilancia. La Giustizia, dunque, non può che volgere lo sguardo alla Sapienza, in quanto quest’ultima è la precondizione per l’esistenza e attuazione di qualsivoglia forma di giustizia.

Emblematica risulta essere la frase esplicativa apposta in questa sezione dell’affresco: “Amate la giustizia voi che giudicate la terra”. Sembra dunque impostarsi una gerarchia ben definita di cui la sapienza è l’apice, la giustizia è in posizione intermedia e il giudizio umano è al terzo gradino. L’azione del giudicare, infatti, per essere degna di questo nome, deve essere attuata con criterio fondandosi sulla sapienza tramite la giustizia.

Il docente ha messo in luce come la giustizia fosse definita “Santa”  nelle antiche repubbliche italiane come Siena, Firenze e Lucca in cui vigeva un cristianesimo repubblicano: nell’affresco la scritta C[commune] S[Senarum] C[civitas] V[Virginis] risulta essere la bandiera dell’idea dell’epoca secondo la quale era identificata come repubblica- letteralmente “cosa (res) pubblica”- ogni città della Vergine, ossia ogni centro cittadino in cui prevalesse il bene comune.

La Vergine, infatti, in quanto personificazione del bene collettivo, era il fondamento della possibilità della prevalenza di questo su quello individuale: si profilava pertanto una sorta di religione civile per cui l’essere buoni cristiani coincideva con il perseguimento del bene della comunità.

Questa concezione è ritrovabile anche nell’opera “La Maestà” di Simone Martini a cui il professore ha fatto riferimento per analogia con quest’affresco: in essa  sono infatti raffigurati dei Santi che offrono dei beni alla Vergine, cedendo così una parte del proprio interesse in nome di quello comune.

Nell’ “allegoria del Buon Governo” al termine del corteo dei cittadini- allineati a fianco della Concordia, diretta conseguenza della giustizia, e simboleggianti la comunità di Siena- è visibile la lupa con i due gemelli, simbolo di Siena. Al di sopra di questo è posto il Comune di Siena, rappresentato dall’immagine di un monarca identificato con l’acronimo sopra citato.

Egli ha in mano uno scettro ed uno scudo con l’immagine della Vergine col Bambino. Al suo polso destro è legata la corda della giustizia consegnatagli dai cittadini, a dimostrazione del fatto che il suo controllo, affidatogli dagli abitanti, è monitorato dagli stessi. Questa è la grande discriminante rispetto al mal governo in cui invece i cittadini lasciano il sovrano libero, aprendo così la strada alla tirannide.

Il Comune è protetto e ispirato dalle tre Virtù teologali -la Fede, Speranza e Carità- rappresentate alate in alto. Il docente si è soffermato su quest’ultima confrontandola con la carità rappresentata da Giotto, di pochi decenni precedente a questa di Lorenzetti: esse sono tra loro affini, ma quella del pittore senese assume una carica erotica non rintracciabile in Giotto.

Lorenzetti raffigura infatti la caritas come una giovane velata con i capelli al vento (emblema del fascino femminile) che offre il suo cuore bruciante di passione a Cristo. La ragione di questa rielaborazione della carità in chiave erotica non è casuale, ma porta in sé la necessità della spinta amorosa nell’approccio alla propria città, “l’amare la propria patria più dell’anima” come affermava Machiavelli.

Ai  lati delle tre virtù teologali siedono le quattro Virtù Cardinali:  Giustizia, Temperanza, Prudenza e Fortezza che sono rappresentate con alcuni degli accessori tipici dell’iconografia medievale: la Giustizia è dotata di una spada, di una corona e di un capo mozzo; la Temperanza ha una clessidra, simbolo della saggezza nell’impiego del tempo; la Prudenza ha uno specchio per interpretare il passato, leggere bene il presente e prevedere il futuro; la Fortezza ha una mazza e uno scudo.

A loro si uniscono altre due Virtù non convenzionali: la Pace e la Magnanimità, dispensatrice di corone e denari.  La Pace è raffigurata come una giovane che porta un ramo d’ulivo in mano ed è semisdraiata su un divano in una posa sinuosa: sotto il suo cuscino nasconde un cumulo di armi affinché i cittadini ricordino che la garanzia del suo trionfo è data dalla sconfitta dei suoi nemici, amanti della guerra.

Negli  “Effetti del Buon Governo in città” è visibile come essa sia dominata sia da uno sviluppo urbano -proliferano le vie, le piazze, i palazzi- sia da uno economico e culturale: la città è infatti dominata da abitanti laboriosi che si dedicano all’attività edilizia, all’artigianato e al commercio; l’interesse per la cultura è invece rappresentato dalla figura di un maestro che insegna ad un uditorio attento.

La libertà dei cittadini raggiunta grazie ad un corretto governo è quindi precondizione per il raggiungimento di uno stato di benessere e prosperità: in questo clima di costituita sicurezza in cui i bisogni primari sono soddisfatti c’è spazio per la ricerca della bellezza nelle sue varie forme quali l’architettura, la cultura, la danza, tutte rappresentate nell’affresco sugli effetti del buon governo in città.

In altri termini, solo la libertà garantita da un buon governo può essere la base possibile per il perseguimento della bellezza: non hanno occhi per quest’ultima gli incatenati da bisogni più imminenti.

Negli “effetti del buon governo in campagna” è rappresentato un sereno lavoro nella zona del contado: i contadini seminano, zappano e arano la terra. In aria vola la personificazione della Sicurezza che regge un delinquente impiccato e porta un cartiglio con sopra scritto “Senza paura ogn’uom franco camini”.

Sulla parete sinistra è posta l’ “Allegoria del Cattivo governo” che è simbolicamente reso da una figura demoniaca seduta al trono. Essa non è legata da alcuna corda perché il suo potere è del tutto incondizionato, per nulla limitato dal controllo dei cittadini.

Il professor Viroli ha precisato come si definisca “tirannide” sia la mancanza di titoli per l’esercizio del potere sia il conseguimento dello stesso tramite un colpo di stato e si è riferito alla critica dantesca del contesto politico italiano a lui contemporaneo: Dante, infatti, nel sesto canto del Purgatorio sostiene che le città d’Italia son “tutte piene di tiranni”.

Sopra il tiranno diabolico volano tre vizi alati, sostituitisi alle tre virtù teologali dell’altro affresco: essi sono l’Avarizia che ha un uncino per acquisire le ricchezze, la Superbia e la Vanagloria che ha uno specchio per autocontemplarsi, beandosi della sua stolta pienezza di sé.

Accanto al tiranno siedono le personificazioni dei vari volti del male: la Crudeltà, il Tradimento, la Frode, il Furore, la Divisione e la Guerra.

L’emerito Viroli ha messo in luce come la tirannide possa alternativamente essere esplicita o implicita: nel primo caso essa è espressa tramite un palese esercizio della violenza; nel secondo  essa è invece esercitata subdolamente tramite ingannevoli governi che portano il nome di “repubblica”. Indipendentemente dalla sua forma, il potere tirannico -come ha sottolineato il docente- porta sempre alle stesse irreparabili conseguenze.

Sotto i piedi del tiranno infatti giace irrimediabilmente la giustizia. Essa, che nel buon governo sedeva al trono, ha ora le mani legate ed è priva del mantello, della corona e del suo strumento di misurazione del reale: i piatti della bilancia sono infatti rovesciati per terra, difatti sotto un regime esplicitamente o tacitamente tirannico i criteri di giudizio sfuggono ai cittadini che finiscono col delegare la propria facoltà raziocinante di soppesare il reale al sovrano.

La giustizia è infatti tenuta con una corda da un individuo solo piuttosto che dalla comunità intera: i cittadini passano  vicini alla personificazione della giustizia e, senza toccarla, ne scrutano l’inarrivabilità data dall’imperscrutabilità dei parametri di giudizio detenuti dal tiranno.

Tanto in città quanto in campagna gli effetti del mal governo sono devastanti: la distruzione sostituisce la costruzione, ci sono omicidi, vengono arrestati gli innocenti e le uniche botteghe aperte sono quelle fabbricanti armi.

Regna sovrana la paura, “timor”, la quale assume il volto di un essere demoniaco che porta la seguente scritta : “Per volere il bene proprio si perde di vista quello comune”.

Le tarme che corrodono i vestiti dei cittadini non sono altro che il segno tangibile della paura che divora le loro anime a morsi sempre più grandi: il malgoverno, infatti, non solo priva della prosperità, ma uccide l’interiorità umana rendendola cieca di fronte alla bellezza.

Silvia Di Conno

© Riproduzione Riservata
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: