Platone: dalle dottrine non scritte al linguaggio simbolico

Il giorno 4 novembre dalle 14.45 alle 18.30 si è svolto all’Hotel Palace di Bari un convegno sulle dottrine non scritte di Platone, patrocinato dall’organizzazione massonica Grande Oriente d’Italia e organizzato dalla loggia Cairoli Risorta n.777.

Dopo i saluti delle autorità e l’intervento del dottor Emanuele Valenzano, è stato avviato il convegno, moderato dalla professoressa Antonietta D’Alessandro, ex docente di Storia della Filosofia Antica presso l’Università degli Studi di Bari.

Sono intervenuti la prof.ssa Maria Koutra, studiosa del mondo greco antico; il prof. Carmelo Muscato, saggista e docente di Filosofia a Palermo; il prof. Giuseppe Girgenti, professore associato di Storia della Filosofia Antica presso l’Università S. Raffaele di Milano. Ha concluso il 2° Gran Sorvegliante, Pasquale La Pesa.

Prima di iniziare le singole conferenze, si è tenuta una “preghiera” tratta dal dialogo platonico “Fedro”: Socrate si rivolge a Pan, figlio di Ermes, chiedendogli di diventare bello dentro e di far sì che tutto ciò che ha al di fuori sia in armonia con ciò che ha dentro di sé, di essere in grado di amare i sapienti e di avere a disposizione tanto oro (sapienza) quanto il temperante potrebbe prendere e portar via.

La prof.ssa Maria Koutra ha attuato un inquadramento storico di Platone, da lei stessa definito come un personaggio poliedrico che cerca di mantenersi ermetico nei suoi dialoghi, comportandosi come un “regista che, dopo aver dato le dovute indicazioni ai personaggi, si ritira malinconico”, osservando la sua opera svolgersi da sé.

La professoressa ha delineato per sommi capi gli eventi che hanno attraversato la Grecia tra V e IV sec a.C.:  si è riferita alla guerra del Peloponneso tra Sparta e Atene e di come la sconfitta di quest’ultima abbia portato all’emergere del regime oligarchico dei trenta tiranni nel 404 a.C. Esso, però, durò solo otto mesi perché fu rovesciato dal ritorno degli esuli democratici, guidati da Trasibulo, col successivo supporto del re di Sparta Pausania.

Questo regime democratico impostatosi sarà il fautore della condanna a morte del maestro di Platone, Socrate, accusato di empietà -in quanto non avrebbe riconosciuto gli dei tradizionali della polis- e di corruzione dei giovani. L’ingiustizia della morte di Socrate è l’episodio meglio documentato della sua vita e Platone è il narratore di questo tragico evento, descritto in due dialoghi: l’“Apologia di Socrate” e il “Fedone”.

Per ricordare l’ingiustizia della morte socratica la professoressa ha richiamato l’opposizione di Socrate ai sofisti, in quanto praticavano il mercimonio della loro cultura filosofica e fondavano i loro discorsi su un presupposto di estremo relativismo sia in campo etico sia gnoseologico, mentre Socrate puntava alla ricerca del vero, sapendo che non è mai tuttavia in toto raggiungibile.

Ha poi fatto riferimento ai tre fallimentari viaggi compiuti da Platone per il rovesciamento della tirannide a Siracusa, nell’ottica per cui solo la fondazione filosofica del potere politico può garantire la giustizia di quest’ultimo, per cui i politici non possono essere tali se non sono filosofi.

Il professor Muscato è invece partito dall’idea di filosofia come via di perfezionamento interiore, richiamandosi al “Fedone” per definire la purificazione come una considerazione dell’anima in se stessa. In questa prospettiva la conoscenza si articola in due ambiti: da un lato lo studio della dottrina e dall’altro i riti, considerati sì edificanti, ma al di là del sapere, eccedenti rispetto a questo. Nella dimensione quanto mai attuale di necessità di superamento dello scarto tra filosofia accademica ed esoterismo, è imprescindibile il richiamo alla necessità di superare la scissione tra oralità (dottrine non scritte, esoteriche) e scrittura (dialoghi) in Platone.

Il professore si è per questa ragione riferito all’interpretazione dei dialoghi platonici attuata dalla Scuola di Tubinga che, diversamente dal filosofo Schleiermacher, ha inteso accentuare il primato della parola orale su quella scritta, espresso da Platone sia nel “Fedro” sia nella “Lettera settima”.

Se per Schleiermacher, quindi, i dialoghi contengono integralmente il pensiero platonico in quanto ne sono la fedele trasposizione a livello linguistico, per la Scuola di Tubinga, invece, i dialoghi sono solo una parte della dottrina platonica, ma il reale fulcro della concezione di Platone non è scritto, quindi – secondo gli studiosi di Tubinga- i dialoghi dovrebbero essere interpretati alla luce delle dottrine non scritte di Platone, testimoniate dalla tradizione indiretta.

Il professore ha individuato tre tipi di letteratura esoterica: quella fondata sui misteri, sull’occultismo, quella esoterica per forma e contenuto e quella di tipologia accademica. L’esoterismo platonico è quindi da intendersi sia in senso iniziatico sia in senso accademico, ossia come esoterismo circolante all’interno dell’Accademia platonica.

La scuola di Tubinga avrebbe accolto l’idea dell’esoterismo platonico con questo secondo valore ma, secondo il professore, di fatto essa si sarebbe solo apparentemente distanziata dal valore iniziatico dell’esoterismo, in quanto le due prospettive inevitabilmente finiscono per fondersi.

Il professor Girgenti ha invece affrontato il problema della scrittura in Platone riferendosi al dialogo “Fedro” e alla lettera settima. Si è soffermato sul mito del Dio Theut e del Faraone Thamus nel dialogo “Fedro” in cui la divinità insegna al sovrano d’Egitto una serie di arti affinchè esse possano essere di giovamento agli Egizi e all’intera umanità.

Le svariate arti proposte da Theut ricevono commenti da parte del re Thamus che le loda o le disprezza: nel momento in cui il dio parla al sovrano della scrittura come una conoscenza che “renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare”, in quanto essa costituisce “il farmaco della memoria e della sapienza ».

Platone affida alla risposta del Faraone Thamus la sua concezione sulla scrittura: quest’ultima non può che sortire l’effetto opposto rispetto allo scopo che si propone, infatti finirà inevitabilmente col produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché questi ultimi, nel cercare di richiamare il sapere alla memoria, non scaveranno più all’interno della loro anima, ma si affideranno a segni estranei. Questo spostamento dall’interno, ossia dallo scavo nell’io, all’esterno, cioè i segni grafici, dunque, non può che generare oblìo.

Di fatto, quindi, la scrittura genererebbe falsa conoscenza: i singoli si nutrirebbero tramite la scrittura non di verità, ma di apparenza, poiché, leggendo informazioni senza ricevere insegnamento diretto su di queste, crederanno di sapere molte cose, ma non faranno che illudersi di conoscerle. Anziché essere sapienti, dunque, diventeranno nulla più che portatori di opinioni.

Il professor Girgenti si è focalizzato su tre simboli presenti nel dialogo: il farmaco, il rapporto tra idolo, icona e idea e il giardino di Adone. Per quanto concerne “la scrittura come farmaco della dimenticanza”, il professore si è soffermato sull’ambiguità dell’uso di questo termine, in quanto questo in greco ha sia il valore di medicina sia di veleno. L’ambivalenza di questa parola si presta alla perfezione all’espressione del messaggio platonico, in quanto obiettivo del filosofo è mettere in luce come la scrittura, nel momento in cui la si adopera, appaia come una medicina per la memoria, ma come, di fatto, essa sia un veleno che procura un allontanamento dallo scavo nel sé e una falsa sapienza.

Per quanto riguarda il rapporto tra idoli, icone e idee, il professore ha messo in luce come il termine usato per definire la scrittura come condannabile è “idolo” perché questo rompe il legame con l’idea, mentre l’icona mantiene il collegamento con questa, modello ontologico e gnoseologico di ciò che esiste, nella misura in cui ad ogni idea corrisponde un ente reale che ne è la copia. Nella prospettiva platonica se non ci fossero le idee, modelli che fondano sia a livello ontologico sia gnoseologico tutto ciò che esiste, non sarebbe possibile né che le cose esistano né che gli uomini possano conoscerle.

Ultimo simbolo a cui il professore si è riferito sono i giardini di Adone, realizzati in occasione delle feste dedicate ad Adone, divinità assira che nel mito greco è un adolescente di straordinaria bellezza, nato dall’incesto tra Mirra e il padre, re di Cipro. Amato da Afrodite in modo appassionato, Adone muore tragicamente nel fiore della sua giovinezza e bellezza ucciso da un cinghiale. La celebrazione del rito in onore di Adone prevedeva che, intorno alla metà di luglio, ad Atene le donne devote, nei giorni della festa dovevano darsi a sfrenate pratiche sessuali ed esporre al calore del sole semi che sarebbero germogliati subito senza produrre alcun frutto, per poi essere gettati in mare.

L’apparenza verdeggiante e vitale dei giardini di Adone di cui Socrate parla in questo dialogo è dunque paragonabile al valore della scrittura: essa è nulla più che un giardinaggio sterile. Così come i giardini di cui si è parlato non producono frutti, ma solo disordine e morte, allo stesso modo la scrittura non è portatrice di profondità gnoseologica, ma solo di caos e illusione di sapienza.

Il professor Girgenti si è poi riferito alla Lettera VII in cui Platone rievoca la sua ambizione giovanile di entrare in politica: si rammarica tanto per il fallimento dei viaggi da lui fatti a Siracusa per rovesciare la tirannide quanto per l’ingiusta condanna a morte del maestro Socrate. L’esperienza autobiografica platonica, coincidente con quella filosofica e politica, è da Platone guardata con un distacco costruito, in realtà gravido del rimpianto di come le cose sarebbero potute andare Ricorda che la prima occasione gli si è presentata con il colpo di stato del 404 a.C. che porta all’emergere del regime oligarchico dei Trenta tiranni. Questi ultimi, però, lo deludono profondamente perché cercano di ottenere il sostegno di Socrate -che comunque rifiuta, essendo l’uomo più giusto- per arrestare illegittimamente un loro avversario.

Platone ricorda come la ferita della condanna a morte del maestro Socrate – inflittagli dal governo democratico successivo a quello dei Trenta- lo abbia portato a lasciare Atene: egli avrebbe sentito fortissima l’impossibilità di un qualsivoglia tipo di coinvolgimento diretto nella vita politica di quella città.

Alla luce sia della sua personale esperienza sia di quella del maestro, Platone sente di aver avvertito la necessità di ricongiungere la filosofia all’azione politica: egli afferma che non avrebbe potuto non agire perché la conoscenza è una “scintilla che brucia nell’anima” e, una volta accesasi, è difficilmente spegnibile.

Sulla base di questa prospettiva socratica dell’intellettualismo etico -per cui si erra solo per ignoranza di quale sia il bene e viceversa, quindi, si può compiere il bene solo conoscendolo- Platone elabora la sua idea per cui la filosofia è l’unica speranza per poter guarire una politica malata e quindi una città in una condizione di stasi, in quanto solo la filosofia è in grado di discernere la vera giustizia e di non scambiare “idoli” per “idee”.

Dunque, o i filosofi devono arrivare al potere, o chi è al potere deve decidere di dedicarsi alla filosofia: come Platone stesso ricorda in questa lettera, egli con i suoi tre viaggi a Siracusa ha provato invano a intraprendere la seconda strada, cercando dei sovrani che si facessero guidare nel loro esercizio di governo. La scelta di questa città siciliana non è casuale, infatti essa è ostile ad Atene: nel 386 appoggia infatti la pace che Sparta e la Persia siglano, imponendo dure condizioni ad Atene.

Il 388 sarebbe partito per la prima volta verso Siracusa per coinvolgere nel suo progetto il tiranno Dionisio I, ma già questo primo viaggio gli procura una forte delusione, tanto per il malgoverno del tiranno, quanto per una generale corruzione dei costumi.

Tornato ad Atene ove fonda una scuola chiamata Accademia, nel 367 a.C. intraprende un secondo viaggio a Siracusa ove è morto Dionisio I e gli è succeduto Dionisio II. È Dione, allievo siracusano di Platone, che lo convince a partire per tentare di far convertire il sovrano alla filosofia. Anche questo viaggio, però, si rivela fallimentare, infatti Dionisio II comincia a sospettare una congiura ai suoi danni e decide quindi di bandire Dione e di trattenere Platone che è liberato solo grazie all’intervento di Archita, tiranno di Taranto.

Nel 361 a. C., su richiesta di Dionisio II, Platone intraprende un terzo viaggio verso Siracusa i cui esiti sono peggiori dei precedenti. Nel 357, poi, Dione organizza con l’aiuto anche di altri accademici una rivolta contro Dionisio II: il suo potere giunge così al termine, ma di fatto, Dione e i suoi consiglieri, saliti al potere, non si comportano diversamente né da Dionisio II né da tutti i regimi da loro criticati, tanto in Grecia quanto in Sicilia.

Altro tema centrale in questa lettera è il problema del rapporto tra oralità e scrittura; Platone, infatti, afferma: “Perciò, chi è serio si guarda bene dallo scrivere di cose serie, per non esporle all’odio e all’ignoranza degli uomini. Da tutto questo si deve concludere, in una parola, che, quando si legge lo scritto di qualcuno, siano leggi di legislatore o scritti d’altro genere, se l’autore è davvero un uomo, le cose scritte non erano per lui le cose più serie, perché queste egli le serba riposte nella parte più bella che ha».

Alla luce di questo, dunque, sarebbe deducibile l’esistenza di una dottrina segreta, incomunicabile tramite la scrittura perché resa possibile da quella scintilla che, una volta accesasi nel proprio animo, non è più né spegnibile né spiegabile con segni grafici, ma meglio rendibile nella fluidità di un discorso che, potendo continuamente tornare sui suoi passi, non muore nella fissità dell’inchiostro, ma resta vivo per la sua continua possibilità di movimento: la stasi della parola scritta, invece, la pietrifica nell’impossibilità di essere realmente compresa, in quanto c’è un io che legge ciò che qualcun altro ha scritto, ma la troppa mediazione rende impossibile un reale dialogo tra i due io, generando un fraintendimento tanto inaggirabile quanto sterile, improduttivo, diversamente da quei fraintendimenti produttivi per la comprensione che nascono nei dialoghi orali.

 

Silvia Di Conno

 

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