“Perfetti sconosciuti”, il nuovo film di Paolo Genovese

Perfetti-Sconosciuti[1]La linea di demarcazione tra commedia e tragedia è molto labile in questo film dalla regia di Paolo Genovese. Quest’ultimo rappresenta un’umanità ingannatrice ma innanzitutto ingannabile e allo stesso tempo inconsapevolmente volta al meglio nella misura in cui tende a celare le proprie menzogne alla vista altrui, cadendo in un inaggirabile autoinganno.

La situazione scelta per la messa in scena è una cena tra amici che apparentemente sanno tutto gli uni degli altri, di fatto sono all’oscuro di reciproci tradimenti e segreti nascosti: ecco dipinta un’umanità in cui il tuo migliore amico è l’amante di tua moglie e un altro inventa scuse per non farti conoscere “la sua nuova ragazza” perché in realtà è gay, mentre tante altre amare sorprese ti attendono.

L’elemento scatenante e svelatore della menzogna, frutto del passaggio graduale dalla dissimulazione all’inganno dichiarato, è lo smartphone,  armadio in cui nascondere i propri scheletri. La proprietaria di casa, infatti, propone di fare una sorta di gioco della verità in versione moderna che consiste nel poggiare tutti i propri cellulari sul tavolo per leggere ad alta voce  i messaggi che arrivano durante la serata e rispondere alle chiamate in vivavoce: in un processo di climax ascendente il gioco diviene indiscernibile dalla realtà, in quanto queste due dimensioni si saldano progressivamente tramite il graduale emergere di bugie prima piccole, poi sempre più grandi, sempre più irreparabili per un qualsiasi rapporto.

Emblematica è anche la cornice naturale della cena: un’eclissi di luna che costituisce un’eco a livello macroscopico della tendenza di ognuno ad eclissarsi nelle sue più o meno scure ipocrisie.

Genovese delinea dunque un uomo da sempre mentitore perché è tale per natura e oggi sotto l’egida di uno smartphone , apparentemente mezzo per il suo utente, di fatto potenziale arma che altri possono imbracciare contro quest’ultimo. Esattamente come nel romanzo di O. Wilde il protagonista Dorian Gray  osserva nel suo ritratto il segno tangibile dei suoi turpi atti, allo stesso modo ognuno di noi preserva per gli altri l’immagine edulcorata del suo io, tenendo ben nascosti i propri passi falsi e debolezze in quella magica scatola nera chiamata smartphone.

Il fatto che la segretezza di una buona parte dei propri pensieri sia considerata necessaria da ogni uomo prudente dimostra -come afferma Kant- che “nella nostra razza ognuno ritiene savio di stare in guardia e di non lasciarsi interamente scoprire come egli è: il che dimostra già la nostra tendenza a esser mal disposto l’uno verso l’altro”.

Nonostante tutto, però, il riso dissacratorio su questa fragile umanità non è dimentico della sua costante propensione all’automiglioramento, visibile proprio nella volontà di forgiare per la vista degli altri un’immagine di sé che sia epurata dalle più basse meschinità, una sorta di “idea regolativa”, di modello a cui la ragione continuerà perennemente a tendere senza mai raggiungerlo del tutto.

Silvia Di Conno

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