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“Nerve”: morire per gioco

Silvia Di Conno 18 luglio 2017 Commenti disabilitati su “Nerve”: morire per gioco
“Nerve”: morire per gioco

 

Il film “Nerve”- diretto da Henry Joost e Ariel Schulman- è uscito in Canada il 27 luglio 2016, ma in Italia è stato distribuito dal 15 giugno 2017.

La storia verte intorno ad un gioco on line di nome “Nerve”, sconosciuto alle autorità perché illegale: gli iscritti a questo sono i divisi in osservatori e giocatori. I primi hanno il compito di proporre sfide e i secondi devono accettarle e portarle a termine se vogliono guadagnare e acquisire popolarità sul social.

Lo status di giocatori si mantiene solo accettando e completando tutte le sfide: chi ne rifiuta qualcuna o fallisce è automaticamente tagliato fuori dal gioco e perde tutti i soldi guadagnati sino ad allora. Chi invece rivela dell’esistenza di “Nerve” ad autorità legali è destinato a divenire prigioniero del gioco stesso.

La protagonista è la maturanda Venus “Vee” Delmonico (Emma Roberts) che, da essere scettica nel vedere l’amica divenire popolare su questo gioco, si lascia poi trascinare perché scossa dall’accusa -fattale dall’amica stessa- di mancanza di rischio nella sua vita.

Vee si getta a capofitto in “Nerve” credendo che questo possa valere come una sorta di sineddoche rispetto alla vita, cioè una parte per il tutto: l’espediente tramite cui impostare nuovamente il suo rapporto con il vivere, cominciando ad essere capace di prendere iniziativa e di essere reattiva rispetto a tutto ciò che le accade.

Il cerchio di questo gioco sembra stringersi sempre di più: il punto di partenza è l’incontro tra Vee e un ragazzo giocatore da ormai un anno; gli osservatori cominciano a prevedere una serie di prove per loro che si sviluppano con un andamento a climax ascendente e circolare: l’aumento del pericolo in ogni prova è infatti direttamente proporzionale alla possibilità di restare intrappolati in quel circolo di finzione e spettacolarizzazione della propria capacità di correre rischi.

Si crea una tale frizione tra interiorità ed esteriorità che ci si mette alla prova solo nell’ottica del guadagno e dell’approvazione altrui: sembra dunque paradossalmente venir meno anche l’idea del gusto per il pericolo fine a se stesso nella misura in cui questo è volto a scopi quali il denaro e la fama.

In questo contesto in cui tutto è concesso sembrano smarrirsi anche le più banali norme di convivenza civile, ancor prima di andare troppo lontano azzardando un parolone come “morale”. Il rispetto dell’altro in quanto persona, infatti, si smembra completamente nel momento in cui questi decide di divenire giocatore all’interno di “Nerve”: da essere umano pare diventare agli occhi degli altri al tempo stesso capro espiatorio ed idolo.

Si è infatti popolari, oggetti di profonda ammirazione, solo se si sopporta più degnamente di altri il proprio ruolo di capro espiatorio che ci si è autoattribuiti: vincere i rischi delle prove significa avere l’illusione di emanciparsi dalla propria posizione di esseri sottomessi al volere altrui ma, di fatto, quanto più si agisce tanto più si diventa schiavi, anche se ricchi e popolari.

I registi spingono la storia sino ad un punto apparentemente di non ritorno: valutano cioè i limiti di pensabilità di questa distopia espandendone sempre più i margini, sino a lasciar intravedere un massimo livello distopico non così implausibile se si pensa all’ attuale gioco della morte chiamato “Blue whale”.

 

Silvia Di Conno

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