Nel Bel Paese 1 bambino su 7 è povero e 1 su 100 subisce maltrattamenti

Nel 2013 i bambini in condizioni di assoluta povertà sono aumentati del 14%. Le misure adottate dal Governo nella Legge di Stabilità 2015, nei fatti, non riducono le diseguaglianze e non sono lungimiranti.

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La notizia è drammatica: nel nostro Paese 1 bambino su 7 viene al mondo e consuma la sua vita in condizioni di povertà assoluta. 1 su 20, poi, è testimone di violenze domestiche, mentre 1 su 100 subisce maltrattamenti.

A questi numeri, che da soli rappresentano una vera e propria emergenza sociale in Italia, si aggiunga che 1 su 20 vive in aree inquinate e a rischio mortalità, 1 su 50 a causa della sua condizione maturerà una disabilità in età scolastica e 1 su 500 vive in strutture di accoglienza. Più di 8 bambini su 10 non possono usufruire di servizi socio-educativi nei primi tre anni di vita e 1 su 10 nell’età compresa tra i 3 e i 5 anni. Solo il 13,5% dei bambini sotto i tre anni ha usufruito di asili nido, con percentuali ancora più basse al Sud: in Sicilia il 5,6%, in Puglia il 4,4%, in Campania il 2,7% e, fanalino di cosa, in Calabria appena il 2,1%.

Questi sono numeri certificati dal Rapporto sullo stato di attuazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC), che disegnano la fisionomia di un Paese non attento ai bisogni dell’infanzia.

Le associazioni del Gruppo CRC denunciano da tempo che gli impegni presi con la ratifica della Convenzione non sono stati mantenuti. E’ indispensabile quindi che si adotti un nuovo Piano Infanzia che non può essere sganciato dalla centralità della famiglia nella società italiana. Si sta perdendo, purtroppo, l’idea di una società fondata sulla famiglia, come luogo naturale per crescere bene. Fino a quando non si riporterà al centro dell’azione politica la tutela dell’unione familiare, i numeri citati, purtroppo saranno destinati a salire.

Per proteggere i piccoli cittadini che vivono nel nostro Paese, il Governo deve calendarizzare priorità e azioni che mirino a sottrarli alla povertà, ben sapendo che essi non hanno alcuna responsabilità circa il loro stato di indigenza. E’ altresì chiaro che, per raggiungere l’obiettivo di assicurare un minimo di benessere a tutti i minori, è necessario un adeguato impegno economico da parte del Governo Italiano.

«Ci sono bambini – dice Arianna Saulini, di Save the Children e coordinatrice del Gruppo CRC – che fin dalla nascita soffrono di carenze che ne compromettono lo sviluppo fisico, mentale scolastico, relazionale. Solo intervenendo tempestivamente in quella fascia di età si può sperare di colmare il gap”.

Elena Innocenti, ricercatrice della Fondazione Zancan, ha dichiarato: “Le misure adottate come la Social Card, il Sia e il bonus ‘valgono’ oltre mezzo miliardo di euro, ma mantengono limiti evidenti: sono trasferimenti economici caratterizzati dalla temporaneità, o meglio, dalla sperimentalità della misura, suscettibili di non essere rifinanziate o di essere decurtate ‘in corsa’, con un bassissimo impatto in termini di riduzione delle diseguaglianze e, ad oggi, prive di un disegno strategico complessivo. È vero che l’investimento in servizi e politiche di lungo periodo presenta complessità attuative ben maggiori rispetto all’erogazione di trasferimenti monetari, ma l’investimento in infrastrutture di cittadinanza per bambini e ragazzi ci sembra l’unica scelta possibile per dare risposte efficaci e trasformare la spesa sociale da costo a investimento”.

Sarebbe inutile sottolineare, ma è bene farlo, che nella categoria dei minori a rischio povertà residenti nel nostro Paese, devono rientrare anche i cosiddetti “Minori non accompagnati”. Bambini anch’essi che giungono in Italia a seguito dei processi migratori. Bambini e ragazzi che hanno il diritto alla vita pari a quello di tutti i loro coetanei che hanno avuto la fortuna di nascere in Paesi con un livello di benessere maggiore.

Maria Raspatelli

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