“Nascita di una costituzione e sua difesa”: conferenza di Canfora a Bari

LUCIANO CANFORA
LUCIANO CANFORA

Giovedì 6 ottobre alle 17, nella Sala del centro polifunzionale degli studenti dell’Università di Bari (Palazzo ex Poste), l’emerito professore Luciano Canfora, filologo e storico barese, è stato ospite dell’incontro “Nascita di una Costituzione, e sua difesa”, organizzato da Anpi, Arci, Cgil, Ipsaic e Link, in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre.

Canfora, espressamente schieratosi per il voto del “no” al referendum costituzionale, ha cercato di mettere in luce come un cambiamento costituzionale corrisponda quasi sempre ad una svolta autoritaria: egli ha collocato la sua visione in quadri storici, seppur nella consapevolezza che la situazione odierna sia a questi irriducibile, ma ad ogni modo solo sulla base di questi comprensibile.

In altri termini, i richiami a contesti storici attuati in modo sterile, tanto da far “appiattire” il presente sul passato senza valutare la loro rispettiva complessità, risultano essere necessari ma non sufficienti -cioè servono ma non bastano- per la comprensione delle dinamiche socio-politiche odierne: lo schiacciamento di una dimensione temporale sull’altra è dunque la necessaria forma bruta di partenza dell’analisi, ma per rendere quest’ultima sensata occorre attuare un passo in più, di slittamento dal passato al presente e viceversa, tenendo il primo come specchio rovesciato del secondo, cioè come luogo in cui trovare, in proporzioni ingigantite, le potenziali conseguenze della condizione presente.

Canfora ha dunque fatto dialogare presente e passato ponendoli in una complessa relazione dialettica: ha fatto riferimento alla quarta repubblica francese, lo stato che si creò in Francia dopo la seconda guerra mondiale con la stesura della quarta costituzione repubblicana, prodotta dall’intervento di una destra aggressiva che puntava ad acquisire strapotere.

Si è anche riferito alla legge elettorale Acerbo, adottata nel regno d’ Italia il 18 novembre 1923: essa fu voluta da Benito Mussolini per assicurare al Partito nazionale fascista una solida maggioranza parlamentare alle elezioni politiche del 1924.

Altri richiami rilevanti attuati da Canfora sono stati anche alcuni articoli della costituzione: egli ha innanzitutto messo in luce che, sebbene si rassicuri che l’approvazione di questo referendum lascerà immutata la prima parte della costituzione, è di fatto impossibile che la costituzione italiana, tanto complessa da aver richiesto un anno di lavori ai padri fondatori, possa essere mutata solo in una sua parte, senza che ci siano ripercussioni sull’altra.

Il problema risiederebbe proprio nell’incapacità di pensare dialetticamente, di mettere in relazione cause ed effetti, comprendendo come il cambiamento di ciò che scaturisce da dati presupposti inevitabilmente lede questi stessi: lo sconvolgimento di alcuni pezzi del puzzle finisce col mutare l’intero disegno.

Canfora ha evidenziato come quindi l’articolo 138 sarà palesemente calpestato in caso di vittoria del “sì”. L’articolo sopra citato afferma infatti che: “le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione”.

In caso di vittoria del “sì”, infatti, il ruolo del Senato sarebbe ridotto alla possibilità (non al dovere) di espressione di proposte di modifica anche sulle leggi che esulano dalle sue competenze; ciò dovrebbe avvenire su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti e in tempi strettissimi: gli emendamenti andranno infatti consegnati dal Senato entro 30 giorni e poi la legge tornerà alla Camera che avrà 20 giorni di tempo per decidere se accogliere o meno i suggerimenti.

In più, il Senato non avrebbe più il potere di dare o togliere fiducia al governo, che diventerebbe una prerogativa della Camera dei deputati e il numero dei senatori passerebbe da 315 a 100: questi ultimi non sarebbero più eletti durante le elezioni politiche, ma in forma comunque diretta durante le elezioni regionali. I 100 sarebbero composti da: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni.

Specularmente, il governo acquisirebbe maggiore potere a scapito del Senato: il potere esecutivo si rafforzerebbe dunque ledendo quello legislativo. Il governo otterrebbe infatti una corsia preferenziale per i suoi provvedimenti che la Camera dovrà mettere in votazione entro 70 giorni.

Più complessa la situazione per quanto riguarda le leggi che concernono i poteri delle regioni e degli enti locali, sui quali il Senato conserva maggiori poteri: il Senato si occuperà di enti locali italiani e anche di Europa. Avrà poi il ruolo di controllore delle politiche pubbliche e di controllo sulla Pubblica Amministrazione. Potrà infine eleggere due giudici della Corte Costituzionale.

Silvia Di Conno

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