Migranti, meno partenze perché c’è più conflitto in Libia

Cesare Fermi, responsabile dell’unità migrazioni di Intersos, l’organizzazione in prima linea nelle emergenze umanitarie che aiuta donne e bambini vittime di guerre, violenze e disastri naturali, ha rilasciato un’intervista all’Agensir. Fermi auspica “corridoi umanitari europei almeno per provare a svuotare il serbatoio Libia” anche se “l’inferno vero” sono i centri gestiti dalle milizie: “Sono fuori ogni controllo”

Cesare Fermi, responsabile dell’unità migrazioni di Intersos

Cesare Fermi, ha dichiarato che in Libia ci sono meno partenze di migranti perché il conflitto interno è aumentato:

Non c‘è una ripresa dei flussi di migranti in grandi numeri, le partenze sono molto casuali. I trafficanti sono miliziani e ora sono impegnati a combattere. E’ un business diffuso ora rallentato dalla guerra.

L’Ong Intersos opera in Tunisia e Grecia ed è presente da un anno in Libia con tre operatori internazionali e una ventina di locali. Fermi ci tiene a precisare che l’ong non opera nei centri di detenzione governativi e non è finanziata da fondi italiani. In Libia, stando al suo racconto, i centri “sono prossimi ai campi di concentramento” e non consentono ad una organizzazione umanitaria di entrarvi.

Intersos e Unicef hanno aperto a Tripoli un centro diurno per i minori. La situazione sociale è al collasso e i rischi di ogni genere per i bambini e per i ragazzi sono altissimi. In soli sei mesi sono stati aiutati ben 600 minori libici e oltre ottanta piccoli migranti. La questione, dice Fermi, è da “Corte penale internazionale”. I piccoli ricevono aiuto psicologico, educazione informale, protezione legale, ricongiungimenti familiari e, data la tenera età, attività ricreative.

Visti gli esiti positivi dell’iniziativa, la ong è pronta a replicarla anche nel sud della Libia, ha patto che vi siano le condizioni di sicurezza idonee all’operazione, vista l’attuale crisi interna del Paese: si stimano 700.000 persone sfollate ma, purtroppo, non esistono numeri certi.

La guerra a Tripoli – racconta Fermi –  è abbastanza localizzata per cui l’economia va avanti, anche se con difficoltà. Non ha creato il panico tra la popolazione come sperava Haftar. Però gli sfollati hanno paura di muoversi. Perciò i team mobili (di Intersos, ndr) forniscono un minimo di aiuto materiale (acqua, coperte e cibo). Cerchiamo di individuare i casi più urgenti, bambini in condizioni fisiche o psicologiche gravi. Li prendiamo in carico o li indirizziamo al centro.

Da quando è iniziato il conflitto tra le truppe del governo di Tripoli guidato da Farraj al-Serraj per rispondere all’offensiva delle milizie che fanno capo al generale Kkalifa Haftar, è più difficile lavorare.

L’aeroporto di Mitiga – prosegue Fermi – ogni tanto chiude a causa dei bombardamenti. Abbiamo briefing per la sicurezza ma lo staff internazionale va e viene, la situazione è ancora gestibile. Anche se negli uffici pubblici non si sa chi darà i visti, chi riconoscerà i progetti. Alcuni sono chiusi, non ci sono i referenti, non c’è luce elettrica.

Gli operatori umanitari sono abituati a lavorare in contesti pericolosi come la Repubblica Centrafricana o la Nigeria, dove si rischiano assalti, rapimenti, estremismi, ma in Livia la situazione è differente.

In Libia è una insicurezza diversa, molto improvvisa – spiega Fermi -, la paura c’è, ma riceviamo informazioni sulle zone dove è in atto un’offensiva.

In Libia lavorano sedici organizzazioni non governative internazionali riunite nel Libyan Ingo Forum. Nei giorni scorsi hanno chiesto ai leader della Unione europea di “cessare di supportare il sistema di detenzione arbitraria e assicurare la protezione di migliaia di rifugiati e migranti intrappolati in un Paese devastato dalla guerra”.  Più di 3000 persone sono confinate in una ventina di centri di detenzione governativi in prossimità dei combattimenti. Fermi auspica “corridoi umanitari europei almeno per provare a svuotare il serbatoio Libia” anche se “l’inferno vero” sono i centri gestiti dalle milizie, dove nessun operatore umanitario finora è potuto entrare: “E’ il disastro della Libia. Sono fuori ogni controllo”.

Per ora il conflitto sembra non avere una soluzione immediata. Alcune settimane fa, è stato bombardato a Tripoli un centro di detenzione per migranti con una settantina di morti. E’ un vero e proprio inferno. Ma se i centri di detenzione per migranti, gestiti dal Governo si avviano alla chiusura anche per timore di un possibile ricorso alla corte costituzionale europea, il vero problema restano i centri gestiti dai trafficanti, a cui non è permesso l’accesso ad alcuna organizzazione umanitaria.

Da più parti è richiesta l’istituzione di un corridoio umanitario europeo, fattibile ma al contempo complesso da realizzare perché, come dichiara Fermi, i centri non sono gestiti in modo umanitario.

Non tutti i migranti vogliono venire in Italia. Molti vorrebbero restare in Libia dove c’è lavoro. Però noi siamo favorevoli ai corridoi umanitari europei almeno per provare a svuotare il serbatoio Libia. Perché la questione è seriamente europea.

I migranti detenuti nei centri delle milizie, purtroppo, sono abbandonati a se stessi ed è quello il vero inferno. Il responsabile dell’unità migrazioni di Intersos in merito alla questione sostiene:

Sono fuori ogni controllo. I trafficanti libici trafficano in oro, in benzina raffinata e in esseri umani. Per loro i migranti non sono altro che dollari. Finora nessuno è riuscito ad avere un approccio umanitario o una possibilità di negoziazione. L’unica soluzione è il controllo del territorio, quello che speriamo tutti per la Libia. Anche perché ai libici non piacciono i trafficanti, li considerano dei criminali. Ma se l’Europa litiga come sta facendo sarà difficile. E il governo Serraj è sempre stato debole.

C’è una diminuzione delle partenze, anche se nessuno si faccia illusioni.

I trafficanti sono miliziani conclude Fermi -, quindi ora sono impegnati a combattere. […] E’ il singolo trafficante a decidere se ha la possibilità di far partire un carico di esseri umani oppure no. Sicuramente non c‘è una ripresa dei flussi in grandi numeri, le partenze sono molto casuali. E’ un business diffuso ora rallentato dalla guerra.

ant.cur

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Antonio Curci

Antonio Curci

Direttore Responsabile

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