L’ultimo capolavoro di Allen: la “cafè society” degli anni ’30

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Il film “Cafè society” è stato scritto e diretto da Woody Allen ed è uscito nelle sale cinematografiche italiane il 29 settembre 2016. Esso ha richiesto un anno di lavori: le riprese sono infatti iniziate il 17 agosto 2015 a Los Angeles per poi proseguire a New York e le spese sono ammontate a ben 30 milioni di dollari.

Per la prima volta nella sua carriera, Woody Allen ha girato il film in digitale, quasi a voler produrre una pellicola cinematografica che costituisca una sorta di testamento indirizzato alla sua lunghissima carriera di regista e per questo più disposta a lasciarsi contaminare dal progresso tecnologico.

In altri termini, Allen sembra adattarsi al nuovo modo di produzione cinematografica, mantenendo però fedeltà a se stesso, a quella lucida schizofrenia -riscontrabile in quasi tutti i suoi film- nell’andamento dei rapporti di coppia che si interrompono per ritornare perennemente su loro stessi, come se l’unica possibile garanzia d’esistenza di ogni storia d’ amore sia il suo eterno ritorno: essa si muove in una dimensione circolare che la spinge a volgersi indietro e ad autorecuperarsi, senza però mai riaversi del tutto perché le circostanze esterne sono ormai mutate.

“Cafè society” è ambientato negli anni ’30: Allen consegna il testimone al protagonista Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg), in quanto gli fa rappresentare il suo alter ego più giovane e impacciato. Il bravissimo attore Eisenberg interpreta infatti Bobby, un ragazzo ebreo che lascia la casa paterna newyorkese e parte per Los Angeles ove vuol tentare la strada di successo nel mondo del cinema. Bobby pensa infatti di poter contare sull’aiuto dello zio (Steve Carell) che gestisce un’agenzia artistica di divi hollywoodiani ma egli, seccato dall’arrivo del nipote, dopo averlo rinviato numerose volte, gli assegna il ruolo di fattorino.

Il protagonista, infelice in questa nuova città, riscopre la gioia di vivere innamorandosi dei raggianti occhioni verdi della bellissima Vonnie (Kristen Stewart), segretaria dello zio. Il corteggiamento di Bobby non cesserà neanche quando Vonnie gli confesserà di essere fidanzata con un giornalista la cui identità si rivelerà essere uno shock per Bobby.

Ad ogni modo, la storia tra Bobby e Vonnie prosegue tra alti e bassi: l’immensa delusione procurata al giovane da questa relazione lo porterà a ritornare a New York ove egli riuscirà a ricominciare in modo trionfale aprendo un lussuoso night club con il fratello gangster Ben (Corey Stoll) e sposandosi con  la stupenda Veronica (Blake Lively).

Questo locale patinato, frequentato da tutta la gente in vista all’epoca, costituisce il punto di fusione tra la grande storia dell’epoca e la dimensione privata del protagonista: a questo club fanno infatti visita tanto la storia della cinematografia americana degli anni ’30 (attori famosi dell’epoca sono habituè del locale) quanto il passato e il futuro di Bobby.

Quest’ultimo infatti vi incontra per la prima volta Veronica, la ragazza che diventerà sua moglie e poi, in un secondo momento, dopo essersi con lei sposato e aver avuto un figlio, è sorpreso dal suo passato sempre in questo stesso luogo (il night club): la raggiante Vonnie, ormai ricca e sposata, gli riparla come a un tempo confessandogli di non averlo mai dimenticato, facendo così vacillare ogni sicurezza in lui.

La prospettiva dell’ “homo faber fortunae suae” per cui Bobby è riuscito a costruirsi una notevole posizione sociale tramite l’apertura del patinato locale è quindi lesa da una sorta di necessitarismo che direziona la sua vita sorprendendolo proprio in questo night club messo in piedi dalla sua volontà  di uscire da un’insopportabile condizione di mediocrità.

Sembra quasi che futuro e passato corrano incontro a  Bobby non casualmente nel luogo in cui egli ha costruito il suo prestigio, come se volessero ricordargli  che il matrimonio con Veronica e l’incontro con Vonnie restano comunque tappe obbligate della sua vita, nonostante egli sia stato capace di ergere da sé la propria fortuna. In quanto momenti necessari, essi in un modo o nell’altro, indipendentemente dalle condizioni esterne (anche se Bobby avesse svolto un altro lavoro), avrebbero trovato la strada per toccare il protagonista.

Bobby e Vonnie, dopo essersi reincontrati  al night club, assecondano il destino riprendendo a frequentarsi e forzano loro stessi questo gioco pericoloso tra presente e passato: si recano infatti allo stesso bar dove andarono molti anni prima , il giorno del loro primo appuntamento. La scena è dunque la medesima: l’uno di fronte all’altra, stesso dipinto alle loro spalle e luci soffuse; un tempo impossibilitati a stare insieme perché lei era fidanzata, oggi perché entrambi sposati.

La  nostalgia urla ma è in parte sorda alle sue stesse grida, perché conscia dell’impossibilità di rimettere indietro le lancette dell’orologio: i toni delle musiche jazz del film si lasciano dunque attraversare da questa disperazione, riuscendo a farla vivere nella sua reale effettività nella misura in cui la sublimano.

“Cafè society” è  un metafilm in quanto rappresenta il luogo in cui tutte le opere cinematografiche di Allen sembrano riunirsi coralmente per fermarsi e riflettere su loro stesse, ponendo il loro stesso creatore come perno attorno a cui far ruotare la riflessione: Allen presta infatti la propria voce per narrare la storia, adempiendo così alla necessità di autoanalisi dell’opera.

Questo film si pone dunque rispetto agli altri come un figlio con i suoi genitori: da un lato vuole più d’ogni altra cosa camminare sulle sue gambe ed è consapevole della sua completezza e autonomia per farlo, dall’altro ha dannatamente paura di lasciare indietro qualcosa di fondamentale. Questa è la ragione per cui esso sembra procedere con un piede sulla propria strada e con un altro sulla via tracciata dagli altri film di Allen, essendo quindi al tempo stesso in sé e fuori da sé.

“Cafè society”, pertanto, avverte la necessità di servirsi delle altre pellicole alleniane per guardarsi allo specchio e autocontemplarsi in ogni dettaglio del suo splendore, sebbene sia conscio di essere un capolavoro autosufficiente perché autopredicativo, in grado di parlare di sé autonomamente: questa consapevolezza è visibile soprattutto nell’impeccabilità a livello formale, conseguita tramite la mirabile fotografia di Storaro.

 

Silvia Di Conno

 

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