“L’ultimo bacio”: il dovere di scegliere per essere se stessi

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Il film “L’ultimo bacio”, realizzato nel 2001 dalla regia di Gabriele Muccino, mette in scena la fisiologica incrinatura della “spina dorsale” umana nei  classici momenti cruciali della vita: la costruzione del proprio nucleo familiare in età adulta e, anni dopo, l’invecchiamento.

Il terrore che permea quest’incedere moribondo è la cifra comune tanto per giovani che si accingono a dover mettere radici, quanto per gli adulti in età avanzata che sentono di esser diventati loro stessi le radici che hanno posto, smarrendo completamente la plasticità delle sfaccettature del loro io antecedente alla scelta. In altri termini, il tutto si traduce nell’orrore che si prova dinanzi al dovere di scegliere e di continuare a farlo quotidianamente negli anni a venire, fissando il proprio essere nelle catene sociali della famiglia e del lavoro, mentre la vertigine delle infinite possibilità non colte risuona dello stesso canto soavemente ingannatore delle sirene tentatrici di Ulisse e dei suoi compagni.

La paura del mondo adulto ha il volto di quattro amici alla soglia dei trent’anni che, non riuscendo ad abitare più nessun luogo all’infuori del non luogo della crisi, acquisiscono la consapevolezza di star giocando a dadi col destino: il protagonista Carlo (Stefano Accorsi) aspetta un figlio dalla fidanzata Giulia (Giovanna Mezzogiorno), ma è stregato dalla travolgente energia della diciottenne Francesca (Martina Stella) con cui avvierà una relazione; Adriano (Giorgio Pasotti) è a un punto di rottura con la moglie Livia (Sabrina Impacciatore) da cui ha avuto un bambino e vive nell’attesa di una fuga imminente; Paolo (Claudio Santamaria) rifiuta la vulnerabilità che il dolore gli provoca e vuole pertanto scappare da ciò che lo causa: la malattia del padre in fin di vita e il desiderio dell’ex fidanzata; Alberto ( Marco Cocci) sposta il suo perenne inappagamento esistenziale adagiandolo ogni volta su un corpo femminile diverso.

La nausea per l’aver scelto e aver assunto la stessa sostanza della scelta stessa è invece personificata dalla madre di Giulia, la non più giovane Anna (Stefania Sandrelli) che, sposata da una trentina d’anni con il marito Emilio (Luigi Diberti), sente gravare su di sé il peso del tempo che passa implacabile e inafferrabile. Anna assume il marito come capro espiatorio da colpevolizzare per gli anni che nessuno più potrà ridarle indietro e oppone strenuamente la propria implacabilità a quella del tempo, cercando di lottare a mani nude con l’irreversibilità di ciò che ormai è stato:  ad esempio prova a riaccendere una sua vecchia fiamma con Eugenio (Sergio Castellitto) che, però, volgerà i sogni di Anna in disillusioni confessandole di essere impegnato sentimentalmente e neopapà.

Il movimento centrifugo di chi decide di scappare e quello centripeto di chi sceglie di restare e costruire, anche se prima sembravano opporsi nettamente, alla fine convergono fino a diventare indistinguibili: tanto in un caso quanto nell’altro, infatti, si è comunque prigionieri del peso della libertà originaria umana e della responsabilità di scegliere che ne deriva. In altri termini, anche la fuga non è capace di eludere la scelta, in quanto si sceglie di non scegliere agitandosi negli infiniti mondi  possibili, senza sapere effettivamente cosa fare di quella libertà tanto bramata: essa, ormai mutilata, scalpita afferrando con debolezza quelle catene che ruppe illudendosi che quell’atto sarebbe stato il principio della sua definitiva emancipazione.

Silvia Di Conno

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