Gli studenti del Liceo “Socrate” di Bari a lezione di Biomedicina tenutasi nell’Aula Magna del Politecnico

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Foto di Federica Trovato

Immagina per un attimo di avere un pulsante rosso tra le tue mani. Quel pulsante può uccidere cento persone, ma è anche l’unica cosa in grado di salvare l’umanità che altrimenti è destinata ad estinguersi. Uccidere poche decine di persone e salvarne miliardi o non cambiare nulla? Lasciare tutto com’è?
Tu cosa faresti?
Dove sono i confini dell’etica? Cos’è l’etica? Cosa sappiamo per poter definire una cosa eticamente giusta o eticamente sbagliata? Su quali valori poggia l’etica?
«L’etica sorge quando siamo animati da valori in netto conflitto. Bisogna accettare qualcosa di eticamente poco apprezzabile per raggiungere qualcosa di eticamente importante».
Queste illuminate parole hanno aperto la lezione di Biomedicina tenutasi nell’Aula Magna del Politecnico di Bari il 21 novembre scorso. A organizzare e a presiedere l’iniziativa è l’Accademia dei Lincei, uno fra i più grandi e antichi circoli di ricerca scientifica nel mondo, col fine di promuovere e diffondere le conoscenze lincee anche nella scuola.
Il conflitto etico analizzato da Riccardo Fesce, medico, neurobiologo, docente di fisiologia e direttore scientifico del Centro di Ricerche in Neuroscienze, che ha aperto la lezione, si concentra su una questione etica tanto necessaria quanto discussa: la sperimentazione animale.
Peter Seeger, un cantante folk americano sensibile a questioni etiche, nel 1975 scrisse «Se un essere soffre non esiste alcuna giustificazione morale per rifiutare di prendere in considerazione la sua sofferenza»
Questa affermazione fomenta tutt’ora la posizione animalista determinando una guerra aperta nei confronti della ricerca.
Gli animali usati nella ricerca (di cui assai raramente viene causata la morte) sono 4 milioni l’anno in tutto il mondo, mentre 900 milioni sono quelli che vengono abbattuti per sfamarci e 100 milioni quelli uccisi dai gatti nella loro naturale attività predatoria.
Senza dubbio l’uso degli animali nella ricerca è stata ed è una, peraltro gravosa, necessità che deve essere seriamente ed accuratamente regolata. In particolare il numero degli animali usati deve essere il più possibile contenuto e soprattutto la loro sofferenza deve essere ridotta al minimo. Non ha senso però porre regole che rendano la ricerca impossibile o inefficace. Nel momento in cui l’uso degli animali diventasse inutile i ricercatori sarebbero davvero lieti di sospenderlo. Anche se i risultati delle sperimentazioni non sempre sono sicuri e attendibili, riusciamo a conoscere danni e vantaggi di farmaci e terapie sugli uomini grazie alla sperimentazione animale. Questa necessità è incontestabile, ma è necessario un compromesso. Questo compromesso è sancito dalla normativa europea e italiana.
Anche Associazioni come Telethon, ci dice la dottoressa Monaco, direttrice dell’ufficio scientifico di Telethon, forniscono delle istruzioni ben precise ai ricercatori prima di finanziare qualsiasi ricerca. Essendo il compito principale dell’Associazione dare una risposta ai bisogni dei pazienti, crede necessaria e ineludibile la sperimentazione animale. Ci sono metodi alternativi per verificare l’efficacia di un farmaco e l’origine di una malattia, ad esempio le colture cellulari in vitro; ma spesso non bastano. Si parla di terapia genetica, ma è necessario analizzare geni che siano più simili a quelli dell’uomo e soprattutto che possano raffigurare i sintomi di una malattia non su un organismo cellulare ma su tutti i sistemi di un organismo complesso.
Un sondaggio ha verificato l’opinione della popolazione circa la necessità e l’accettabilità etica della sperimentazione animale. Il 61% del campione intervistato l’ha definita necessaria, mentre nessuno si è sentito in grado di definirla eticamente accettabile. Dopo un’accurata informazione rivolta alla popolazione statistica si è riproposto lo stesso quesito. I dati sono notevolmente cambiati e il 39% ha definito l’uso degli animali accettabile secondo le norme etiche.
Senza dubbio la ricerca è facilmente attaccabile da parte dell’opinione pubblica e soprattutto degli animalisti, non perché i vantaggi che questa procura siano inesistenti o di scarso valore, ma perché si è davvero poco informati su quelle che sono le norme e le procedure di sperimentazione. Si è soliti pensare, quando si parla di animali in laboratorio, a scimmie rinchiuse in gabbia o alla vivisezione come passaggio fondamentale nella ricerca. In realtà non è assolutamente così, in quanto i primati vengono utilizzati assai raramente e qualsiasi procedimento si fonda sull’obbligo morale di far soffrire minimamente l’animale. Molto diffuso nei laboratori, adesso, è l’utilizzo di pesci zebra, piccoli pesci con la superficie epiteliale trasparente, che consente quindi agevolmente il riconoscimento di fenomeni all’interno del corpo senza attuare alcuna vivisezione.
Fino a quando il ricercatore, impegnato nella sua ricerca e perciò segregato, per giusta causa, in laboratorio, non avrà alcun rapporto col mondo esterno, non potrà smentire le fasulle informazioni generate e divulgate da chi non conosce le vere procedure e l’indispensabilità della sperimentazione per il progresso medico. Lo scienziato dovrà essere una persona che crede fermamente nella necessità di scoprire quello a cui l’uomo non è ancora approdato, dovrà saper individuare dove nasce la linea sottile che traccia i confini dell’etica giusta e dovrà sapersi relazionare al mondo che lo circonda e sopratutto alla gente che deve essere messa in grado di comprendere perché solo così il suo impegno sarà apprezzato il più possibile e la scienza non sarà più nascosta tra le mura di un laboratorio, ma sarà riconosciuta per quella che realmente è: risorsa fondamentale per l’umanità.

Paola Caputo

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Antonio Calisi

Antonio Calisi

Direttore Editoriale

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