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Lacan e le Istituzioni: lo psicanalista Massimo Recalcati al Liceo Salvemini

Silvia Di Conno 23 ottobre 2017 Commenti disabilitati su Lacan e le Istituzioni: lo psicanalista Massimo Recalcati al Liceo Salvemini
Lacan e le Istituzioni: lo psicanalista Massimo Recalcati al Liceo Salvemini

Il 20 ottobre alle 15 il liceo scientifico barese “G. Salvemini” – in collaborazione con la casa editrice Poiesis, con la società filosofica italiana e con l’Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata- ha ospitato lo psicoanalista e saggista Massimo Recalcati per una discussione sulla lettura psicanalitica delle istituzioni attuata da Lacan, a partire dal saggio di Recalcati “Il vuoto centrale”.
In quest’occasione è stato inaugurato l’auditorium del liceo, appena ristrutturato a cura della Città Metropolitana. L’incontro è stato introdotto dalla dirigente scolastica Tina Gesmundo e dalla psicoterapeuta e curatrice di “Il vuoto centrale” Valentina Vannetti ed è stato coordinato dalla psicoanalista Antonia Guarini.
Il saggio di Recalcati sopra citato riporta alcuni discorsi da lui pronunciati in occasione delle Giornate nazionali di Jonas Onlus, un’associazione senza fini di lucro da lui fondata per rendere la psicoterapia economicamente accessibile a tutti.
Il centro di questo saggio è il “vuoto centrale”, ossia il vuoto di potere nella società postmoderna: egli ha fondato questa visione su un dialogo “a distanza” con la teoria dei quattro discorsi di Lacan che è esplicativa di una concezione psicoanalitica dell’istituzione. Recalcati ha ridato così vitalità alla teoria lacaniana chiedendosi quando un’istituzione sia effettivamente viva e dunque capace di espandersi e quando invece sia destinata a perire, sulla base dell’idea che si incorra in uno stato patologico nel momento in cui prevalga un solo discorso sugli altri.
La teoria lacaniana dei quattro discorsi si articola -come esposto dal professore- nel discorso del padrone, dell’università, dell’analista e dell’isterica, riducendo così l’infinita circolarità ermeneutica sostanzialmente a quattro ambiti. L’obiettivo lacaniano è stato infatti la focalizzazione sulla specifica dipendenza di enunciazioni soggettive da quattro determinati tipi fondamentali in cui la teoria del potere nel mondo è esplicabile.
Una premessa da farsi è la considerazione lacaniana del linguaggio come qualcosa al di sopra della quale non è possibile porsi. Non esiste infatti nulla di umano che possa prescindere dalla dimensione linguistica, per cui – come lo stesso Heidegger aveva affermato- non sarebbe l’uomo a parlare tramite il linguaggio, ma viceversa.
Nella visione lacaniana l’inconscio è strutturato come un linguaggio: tutte le sue formazioni, compreso il blaterare in psicoanalisi, sono pensieri articolati e rispondono a leggi proprie, anche se il soggetto non ha sempre accesso alla comprensione poiché si tratta di un linguaggio cifrato che, pur avvenendo al di fuori del soggetto, ha come significato quest’ultimo ed è per questo da decodificare. Ciò che sfugge al livello del significante è per Lacan un residuo del godimento chiamato “oggetto piccolo”, cioè l’oggetto perduto del proprio desiderio.
Il discorso inconscio si svolge lungo due assi: quello della sincronia che è fondato su un linguaggio metaforico e quello della diacronia che è basato su un linguaggio metonimico. Se il sogno e il sintomo sono metafore, il desiderio è metonimia: gli enigmi del desiderio inconscio si possono spiegare quindi nella diacronia metonimica del movimento in cui sono colti.
Il discorso del Padrone è fondato sul divieto, sulla proibizione del godimento e della fantasia e sulla mera applicazione della regola: il comando imperativo è dunque l’unico linguaggio su cui questo tipo di discorso è costruito. La logica del padrone produce una cieca identificazione con il capo e un’alienante unione con l’altro.
Secondo Recalcati, in ambito scolastico il discorso del padrone sarebbe visibile nella crescente burocratizzazione nella scuola tale per cui i docenti si troverebbero loro malgrado più impegnati nella compilazione di moduli che nell’attività di insegnamento che effettivamente spetta loro.
L’affermazione storica del capitalismo secondo Lacan avrebbe fatto sì che il discorso del Padrone si tramutasse nel “discorso del capitalista”. La concezione gerarchica del potere propria del discorso del padrone, infatti, con l’avvento del capitalismo si sarebbe volta in una falsa democrazia che è tale perché basata su un’illimitata circolazione degli oggetti di consumo e sul diritto di ognuno a poterne godere.

Il fondamento del bisogno di incessanti consumi nel discorso del capitalista è l’idea per cui questi possano risolvere, seppur posticciamente, la “mancanza a essere” propria dell’esistenza umana. Il carattere provvisorio del soddisfacimento della propria mancanza originaria è la chiave per alimentare questo circolo dei consumi: una pseudo mancanza ne genera un’altra in un regresso all’infinito, visto che la necessità originaria è un fondo al di là del quale non si può andare, nella misura in cui non si può rispondere alla “mancanza a essere” propria dell’esistenza.

Il discorso universitario è basato su una servile replicazione del discorso del Padrone: secondo Lacan nell’ambito universitario c’è sì il raggiungimento di una specializzazione nell’ambito delle conoscenze, ma è messa a tacere la vivacità del creare e inventare.
Il discorso analitico, invece è fondato sulla ricerca di una via possibile che il soggetto in analisi possa intraprendere per separarsi dal padrone. Se il discorso del Padrone punta ad una mera riabilitazione della norma-lità (“un vero Padrone non desidera sapere assolutamente nulla – desidera solo che la cosa funzioni”), invece il discorso analitico è volto a far sì che l’analista faccia funzionare il proprio sapere in termini di verità.
L’analisi, quindi, nella prospettiva lacaniana si differenzia notevolmente da una correzione di tipo psico-pedagogico dell’io, in quanto quest’ultima sarebbe solo una delle tante varianti di esercizio del potere da parte del padrone, cioè un’altra possibile via in cui il discorso del padrone si esplica. L’analisi, invece, riuscirebbe a rovesciare il potere del padrone.
Secondo Lacan, l’analista deve infatti essere capace di privarsi di ogni tipo di potere e acquisire una neutralità fondata sul mantenimento di distanza dalle tre passioni dell’essere, identificate dalla filosofia buddhista nell’odio, nell’amore e nell’ignoranza. Solo in questo modo il soggetto in analisi può avere la possibilità di imboccare una strada in cui possa incontrare l’incarnazione di sé, ossia l’oggetto perduto del proprio desiderio.
Per questo motivo Lacan, che negli anni Cinquanta ha esaltato le virtù dialettiche dell’analista come “padrone della verità” e l’ha poi definito come “Soggetto Supposto Sapere”, riconosce poi che l’unico “Soggetto Supposto Sapere” possibile è l’individuo in analisi, mentre l’analista è riducibile ad un puro oggetto, ad un mezzo per il soggetto analizzante.
Il discorso isterico è fondato sul sintomo, cioè su ciò che il soggetto patisce. L’individuo in questione, in quanto vive una condizione di sofferenza, desidera venire a conoscenza delle cause di questa, ma non vuol affidare il suo desiderio di conoscenza alla medicina perché questa, nella prospettiva lacaniana, è un’altra delle tante vie in cui si ode il discorso del Padrone.
Freud ha dato dignità di discorso all’isteria, attuando studi su donne isteriche e mettendo in luce come queste non si accontentino del sapere medico universale e si pongano quindi alla ricerca di un sapere sulla verità. In questo modo, così, queste spingerebbero ad un’opera di invenzione gravida di un nuovo sapere che è tale perché vede la scienza al servizio della verità.
In campo scolastico, secondo Recalcati, l’isteria è il motore della sete di conoscenza: compito dell’insegnante deve essere infatti dinamizzare, “rendere isterici” gli allievi, in modo che non assumano la forma di recipienti che si accingono a contenere il sapere, ma di amanti che anelino a scrutare l’inesauribilità del sapere stesso.
E’ nell’atto di rifiuto da parte di Socrate alla richiesta di Agatone di trasmettergli il suo sapere come per osmosi che -secondo Recalcati- avverrebbe la nascita della didattica come ricerca del sapere anche da parte del maestro. L’infinita circolarità ermeneutica nel sapere -ove un’interpretazione rimanda ad un’altra in un inesauribile regresso all’infinito- è dunque il cuore del rifiuto di Socrate che, in questa scena del “Simposio” platonico, dichiara di non poter soddisfare la richiesta perché egli stesso è vuoto ed anela al sapere, come qualunque insegnante esistito ed esistente.

Silvia Di Conno

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