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L’Abbazia di Montecassino: il faro della Civiltà Occidentale

Francesca Rotondo 11 novembre 2017 Commenti disabilitati su L’Abbazia di Montecassino: il faro della Civiltà Occidentale
L’Abbazia di Montecassino: il faro della Civiltà Occidentale

Con i suoi quattordici secoli di storia, l’Abbazia di Montecassino può essere considerata la culla della civiltà cristiana e del monachesimo occidentale. Questo illustre centro di vita religiosa, spirituale ed artistica, ubicato sulla vetta di Montecassino a 520 metri di altezza, è il più antico d’Italia insieme a quello di Santa Scolastica e uno dei più noti al mondo. Costituisce una sede della Chiesa Cattolica e fino al 2014 comprendeva 53 parrocchie per un totale di circa 80.000 battezzati, estendendosi nella parte sud orientale del Lazio e nell’estremo nord della Campania. Con la bolla papale del 2014 Contemplationi faventes e l’applicazione del motu proprio Catholica Ecclesia, il territorio dell’abbazia è stato ridotto alla sola chiesa abbaziale ed al monastero, con le immediate pertinenze.

Sorta sui resti di due templi e di un presidio romano, l’Abbazia fu fondata nel 529 dal patrono d’Europa e di Cassino, nonché monaco cristiano fondatore dell’ordine dei benedettini: San Benedetto da Norcia. Nonostante un paganesimo ancora forte, egli ebbe la forza di trasformare un luogo sperduto e isolato in un monastero cristiano ben strutturato, in grado di ospitare i monaci che lo seguivano da Subiaco. Fu proprio nella splendida Abbazia che Benedetto, intorno al 540, compose la sua Regola, conosciuta ai più come “Ora et Labora ” (Prega e Lavora). Essa scandiva la vita giornaliera dei monaci all’interno di una “corale” celebrazione dell’uffizio: il benedettino pregava per ricercare Dio e lavorava compiendone la volontà, manifestatasi  mediante la lettura divina. Tramite il suo precetto, il fondatore cercò di combinare la buona disciplina con il rispetto della personalità umana e delle capacità individuali, nell’intenzione di fondare una scuola al servizio del Signore. Ancor oggi gli abati che vivono nel monastero perseguono lo stesso monito: alcuni studiano in biblioteca circondati da libri antichi, altri fanno ricerche nell’archivio su manoscritti di inestimabile valore; alcuni accolgono ospiti che arrivano in cerca di un momento di pace interiore e serenità, altri passeggiano nei chiostri prima di tornare nelle loro celle per pregare in solitudine.

Attualmente la soglia di questa imponente e meravigliosa Abbazia continua ad essere varcata da migliaia di pellegrini e visitatori provenienti da tutto il mondo. Attraversando silenziosamente i chiostri e la grande scalinata che conduce alla Basilica, ammirando le bellezze architettoniche di cui si compone, nutrendosi di arte e cultura (quadri, manoscritti, mosaici, statue, testi antichi..) si ha soprattutto la possibilità di ripercorrere la storia di questo poderoso monastero, giustamente considerato il Faro della civiltà occidentale.

Nel corso dei secoli l’Abbazia ha conosciuto molti volti, a causa dell’alternarsi di magnificenza e distruzione. Saccheggiata nel 577 dai Longobardi, fu riedificata dall’abate Petronace per poi essere devastata nuovamente nel 887, questa volta dai Saraceni. Per tutto il medioevo costituì un centro vivissimo di cultura grazie all’operosità dei suoi abati, alle sue biblioteche, ai suoi archivi, alle scuole scrittorie e miniaturistiche. Testimonianze storiche del più alto interesse e di sicura validità sono state raccolte e tramandate a Montecassino: dai primi preziosi documenti in lingua volgare ai famosi codici miniati cassinesi, ai preziosi e rarissimi incunaboli. Distrutto da un terremoto nel 1349 e nuovamente ricostruito nel 1366, il monastero assunse nel XVII secolo l’aspetto tipico di un monumento barocco napoletano, grazie anche alle decorazioni pittoriche di numerosi artisti. Nel febbraio 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale, un bombardamento aereo anglo-americano la rase al suolo per l’ultima volta.

Questo incessante alternarsi di devastazione e rinascita è simbolicamente reso dallo stemma dell’abbazia – una quercia secolare tagliata dal cui ceppo spuntano rami nuovi– e dal motto ivi presente: Succisa virescit. Esso è traducibile indistintamente in troncata, riprende vigore oppure recisa alla base, torna a rinverdire. Indipendentemente dall’interpretazione letterale, questo gioco di parole latino non si riferisce solamente al decorso storico dell’abbazia, che con la spiritualità racchiusa nelle sue mura è sempre risorta più forte dalle sue rovine, ma a tutto ciò che, dopo essere stato “sfrondato”, trova in sé la forza di tornare a nuova vita. A distanza di secoli questo sembra costituire ancora un monito toccante per le generali sorti dell’Italia e del mondo.

 

Francesca Rotondo

 

 

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