La tragedia di Amleto al Galleria di Bari

«Essere o non essere, questo è il problema. È forse più nobile soffrire, nell’intimo del proprio spirito, le pietre e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna, o imbracciar l’armi, invece, contro il mare delle afflizioni, e combattendo contro di esse metter loro una fine?»
Amleto

hamletbenedict2608b[1]Amleto – National Theatre Live, sorprendente spettacolo che ha già conquistato la critica di tutto il mondo, è un adattamento della tragedia originale diretto da Lyndsey Turner e distribuito nei cinema italiani da Nexo Digital il 19 e il 20 aprile 2016. Un inno per gli amanti di teatro, letteratura ed arte unitisi per festeggiare, a livello globale, il 400° anniversario della (presunta) morte di Shakespeare, drammaturgo e poeta inglese capace, con i suoi versi, di trascendere i secoli.

La bellezza insita nelle opere shakespeariane, caposaldo della cultura occidentale, è il potere di identificazione. A dispetto delle divergenti ambientazioni letterarie, ben lontane dalla nostra quotidianità postmoderna, non si può non riconoscersi nell’intreccio di emozioni tessuto nelle sue storie.
Si perché vi è principalmente questo: indagare l’animo individuale nei suoi aspetti più torbidi e oscuri, dipingendo l’immagine di un uomo senza tempo.
Svalutazione e ammirazione verso l’”umana gente” sono una costante delle sue riflessioni in versi, come ben dimostra la tragedia che ha come protagonista il giovane appassionato Amleto. Da una parte il  «capolavoro»  che è l’uomo, «così nobile nella ragione, così infinito nelle facoltà, così perfetto e ammirevole, nell’azione così simile a un angelo e a un Dio nell’intelletto», dall’altra un villano vittima degli eventi e della fortuna, assoggettato dai propri appetiti e per questo costretto in una condizione putrida ed incolore. Come afferma il protagonista in uno dei tanti monologhi: «basta una stilla di male per gettare un’ombra infamante su qualunque virtù».

Questa ambivalenza, sinonimo di un dissidio interiore profondo e radicato, è resa magnificamente da un interprete d’eccezione, candidato all’Oscar e già famoso al grande pubblico per “The Imitation Game” e per la serie di successo mondiale “Sherlock”: Benedict Cumberbatch.
Pur rimanendo fedele all’essenza del giovane principe di Danimarca, rivisitato sui palcoscenici di tutto il mondo in chiavi più o meno fantasiose nel corso del tempo, egli conferisce ad esso un soffio di vita del tutto nuovo ed inedito. Benedict, novello uomo fuori di senno pronto a vendicare l’assassinio paterno, ridisegna il suo profilo psicologico senza per questo snaturarlo.
Il pubblico reale del National Theatre di Londra e gli spettatori “virtuali” di tutto il mondo sono così rapiti da un’interpretazione vera, reale, forte, intesa, mirabilmente carica di energia dove la filigrana di emozioni – vendetta, euforia, follia, coraggio, disperazione, passione, amore, disprezzo- dà origine ad una gamma infinita di espressioni, tutte assolutamente veritiere, che ne trasfigurano i connotati senza mai cadere nell’artificio. Impossibile, dunque, non innamorarsene.

Un plauso dovuto va anche a tutti gli altri interpreti, che si susseguono uno dietro l’altro su questo «palcoscenico di matti» – per usare una terminologia cara a Shakespeare – e che godono delle stesse identiche qualità appena enunciate per il grandioso Amleto. Un cast di spessore, che si compone più di antieroi e “derelitti umani” che di eroi: la folle d’amore Ofelia, ingenua e vittima del volere altrui, il fratricida e nuovo re di Danimarca Claudio, la regina Gertrude, vedova “traditrice” delle spoglie del marito assassinato, il ciambellano Polonio, ucciso per un eccesso di curiosità, il figlio Laerte, spettatore involontario della distruzione familiare, Amleto, protagonista indiscusso, lucido nella follia e completamente folle negli eccessi di lucidità. Infine lo spirito paterno, colui che, pur morto, induce la vendetta nel figlio e dà inizio alla valanga di eventi che investe la scena.
Un uragano che si abbatte con violenza con la forza delle parole, dei gesti, del movimento e della mimica, portati necessariamente all’estremo.  Un vortice che travolge, lasciando sempre la sensazione che un colpo di fendente improvviso o una nuova scarica elettrica insorgano per devastare e scuotere nuovamente la scena. A rendere il quadro ancor più indimenticabile vi sono la bellezza del background scenografico, dei costumi impeccabili e delle musiche a cavallo tra thriller e tragedia.

Un tête-à-tête tra vecchio e nuovo che sa più di coesione che non di contrasto, con il risultato di confondere lo spettatore quel tanto che basta: non si è né nel passato né nel futuro, ma in una dimensione dove, semplicemente, la vicenda di Amleto si dispiega nella sua drammaticità.

Francesca Rotondo

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