La “meritocrazia” a Scuola: l’inferno delle presunte eccellenze!

MeritocracyUno degli errori che commette il Governo riformando la Scuola secondo quanto prevede l’ormai noto DDL “La Buona Scuola” è quello di credere convintamente che meritocrazia, almeno per come la intende l’Esecutivo, sia sinonimo di qualità del sistema d’istruzione pubblico. La meritocrazia, che genera la progressione di carriera e quindi di stipendio, è figlia della competizione. Un tempo, quando lo sport era ancora una pratica pulita, si diceva: “Vinca il Migliore”. A fronte di un vincitore, si producevano moltissimi vinti.

Potremmo mai applicare questo principio ai docenti di un Istituto scolastico?

Stando a quanto ipotizzato dal progetto di riforma scolastica, il docente definito meritevole dal super-preside e da una commissione di 3 insegnanti, due genitori, un alunno e un osservatore esterno, sarà proclamato vincitore con buona pace dei suoi tantissimi colleghi che inevitabilmente saranno celebrati come perdenti.

Homo homini lupus!

Potrebbe essere proprio così, perché il docente che già per natura tende a essere un individualista che vive il suo personalissimo rapporto con la classe, crede sempre di essere il migliore. Una patologia professionale da cui molti insegnanti sono affetti.

Se a questo, aggiungiamo che in ambito scolastico il professore deve affermarsi come “il migliore” per poter ricevere gloria, aumenti stipendiali e anche la conservazione della sede di titolarità, ecco nascere la competizione.

Un sistema competitivo fra docenti fa bene alla scuola e soprattutto agli studenti?

Proviamo a riflettere. La competizione è una forma di aggressività.

Essere il migliore significa partecipare a una disputa che è una forma di lotta, cioè un’iniziativa aggressiva.

La psichiatra Karen Horney ha scritto: «L’ostilità è intrinseca a qualsiasi intensa competizione, dal momento che la vittoria di uno dei contendenti implica la sconfitta dell’altro».

Voler vincere sui colleghi potrebbe scatenare nel singolo concorrente una perversa volontà di nuocere agli altri per accaparrarsi le simpatie della Dirigenza e di conseguenza la vittoria finale. Ogni forma di competizione è sempre accompagnata da sentimenti più o meno intensi di ostilità.

Morton Deutsh, uno psicologo esperto di risoluzione di conflitti, dice: «In una relazione competitiva, un individuo è predisposto a osservare l’altro in termini negativi, ad avere un atteggiamento diffidente, ostile e di sfruttamento, e un atteggiamento psicologico di chiusura, a essere aggressivo e sulla difensiva, a procacciare vantaggi e supremazia per sé e svantaggi e inferiorità per l’altro, a vedere l’altro come opposto a sé e fondamentalmente diverso e così via. Un individuo può anche aspettarsi che l’altro abbia questa stessa tendenza».

Sigmund Freud sosteneva che ogni individuo porta con sé un potenziale aggressivo naturale, innato più che acquisito. E’ bene sfogare queste pulsioni in situazioni in cui si possono limitare i danni derivanti dalla forza prorompente dell’aggressività. Gli esperti consigliano sempre una pratica sportiva competitiva come forma di catarsi.

Praticare la competizione e di conseguenza dare sfogo all’aggresività suscita modelli comportamentali di riferimento: potrebbe accadere infatti che chi osserva individui in competizione, impari egli stesso ad esserlo nelle più svariate situazioni e a dare sfogo alle sue pulsioni più nascoste. Addirittura potrebbero crearsi contesti all’interno dei quali l’emulazione di comportamenti concorrenziali e aggressivi potrebbe essere addirittura ricompensata e letta con una certa indulgenza da parte di chi magari fomenta simili gare.

Se tutto questo fosse applicato a contesti educativi scolastici dove da sempre si educa alla cooperazione, non si correrebbe il rischio di porre in essere forme di agonismo culturale ed educativo che genererebbero più guerrieri che costruttori di civiltà? E questa forma di competizione spinta non andrebbe a contraddire le avanguardie educative e didattiche che invece parlano di costruttivismo didattico, cooperativo e social?

Quelle che vengono definite dagli esperti “contese amichevoli” altro non sono che palestre in cui si educa non alla pace ma alla guerra. Del resto il presidente Eisenhower sosteneva proprio questo: «La vera missione degli sport americani è quella di preparare i giovani alla guerra», ma non a una guerra militare, o almeno non solo, ma proprio a un’idea di società che si regge sull’equilibrio delle forze contrapposte e in cui vivere in qualche modo significa combattere ogni giorno. Del resto Michel Foucault affermava che «La politica è la prosecuzione della guerra con altri mezzi».

L’insegnante che vive una personale competizione con i suoi colleghi è un pessimo educatore e tenderà a fomentare nei suoi studenti meccanismi di apprendimento basati sulla rivalità. E’ uno spettacolo atroce che non può che alimentare umiliazione e rabbia. Questo strano sport praticato nella scuola cosiddetta riformata produrrà non solo insegnanti frustrati, incapaci di relazionarsi positivamente ai colleghi, ma soprattutto studenti continuamente in guerra, insensibili ai bisogni del compagno, incapaci di vivere le inevitabili sconfitte che la vita produce ed esclusivamente bramosi di successi e vittorie. Tutti, compreso gli insegnanti, incapaci di provare sentimenti di gratuità, solidarietà, amicizia e condivisione di quella conoscenza che nell’insieme produce progresso e benessere.

In un sistema così meritocraticamente spinto, qual è il ruolo delle famiglie?

Se oggi si parla a ragion veduta di genitori paladini nei confronti dei figli, domani si parlerà di genitori guerriglieri in perenne lotta e competizione con i docenti, sempre più vasi di argilla stretti fra un super-preside con super-poteri e super-famiglie che insieme valuteranno il suo operato.

L’idea strisciante che sta passando è quella di una società basata sullo scontro, in cui il vincitore banchetta sulle spoglie dei vinti. Non meravigliamoci di questo; le riflessioni di Joseph Wax sull’educazione meritano una citazione:
«C’è da interrogarsi sulle capacità intellettuali di un insegnante che non riesce a comprendere perché i bambini si aggrediscono nei corridoi, sul campo di gioco e in strada, quando in classe i maggiori elogi sono riservati a chi riesce a battere i compagni. In molte maniere più o meno sottili, gli insegnanti dimostrano agli alunni che quanto viene appreso conta meno del trionfo da cogliere sui compagni di classe. Questa non è forse un’aggressione? [… ]: La sconfitta subita in aula è solo la prima goccia di una serie di ondate di aperta ostilità. È un fenomeno che si autoalimenta. Viene rinforzato dal biasimo dei compagni, dalla disapprovazione dei genitori e dalla perdita di autostima. Se la classe è il modello, e se in classe si prende a modello la competizione, le aggressioni nei corridoi non dovrebbero sorprendere nessuno».

Generazioni di docenti che stavano faticosamente costruendo una scuola intesa come “il paradiso dell’educativo”, dovranno accettare di operare in trincea in quello che presto potrà essere definito come “l’infermo delle presunte eccellenze”.

Antonio Curci

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Antonio Curci

Antonio Curci

Direttore Responsabile

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