La Cina e i Giochi Olimpici

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I Giochi olimpici costituiscono un evento sportivo quadriennale che prevede la competizione tra i migliori atleti del mondo in quasi tutte le discipline sportive praticate nei cinque continenti. La bellissima bandiera olimpica è uno dei simboli più riconosciuti al mondo per indicare questa maestosa competizione: i cinque anelli intrecciati in campo bianco simboleggiano i cinque continenti, i colori scelti, presenti nelle bandiere di tutte le nazioni, richiamano la totalità dei Paesi, mentre l’intreccio degli anelli rappresenta l’universalità dello spirito olimpico.

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Quest’anno la trentunesima edizione dei Giochi si disputa in Brasile, precisamente a Rio de Janeiro, dal 5 al 21 agosto. Ciò che in questi giorni l’intero mondo osserva da una tribuna o tramite il filtro televisivo è un’incredibile varietà di talenti di indicibile grandiosità,  pronti a fronteggiarsi con la stessa tenacia e passione impiegata dai primi atleti greci della città di Olimpia, lì dove i Giochi sono nati. È banale pensare al sacrificio che questi sportivi devono sopportare: raggiungere il tanto agognato podio è il frutto di un connubio perfetto di alcune variabili, quali talento, passione, dedizione e duro allenamento. Ma in quali circostanze quest’ultimo differisce dal mero addestramento? Dall’automatismo più duro e spietato?

14012681_1474923749189903_858443739_oLa Cina si sa, è sempre stato un Paese fortemente competitivo e saldamente ancorato al tema dei Giochi. L’ambizione per la vittoria, tuttavia, può divenire deleteria se non supportata dal giusto grado di sensibilità. La Yangpu Youth Amateur Athletic School di Shangai, adibita all’addestramento dei giovanissimi “bimbi soldato” della ginnastica, è solo uno degli esempi del rigore e della ferrea disciplina cinese, forse crudeli agli occhi di un esterno. Questi baby atleti, costretti ad ore ed ore di sfiancante allenamento e con lo sguardo troppo cupo per non destare sospetti, potranno anche essere future medaglie d’oro del loro Paese, ma bisogna chiedersi se valga la pena raggiungere l’apice mettendo a repentaglio la serenità dell’infanzia, unica ed irripetibile. E forse la risposta, anche se si preferisce non vederla, è celata dietro le lacrime, la fatica e la tristezza di questi bambini.

In Cina lo sport è affrontato con un tecnicismo estremo che sembra voler annullare la passione necessaria a renderlo una parte fondamentale della vita. E questo, purtroppo, non avviene solo nella ginnastica ma in molti domini sportivi: scherma, tuffi, tiro con l’arco, evoluzioni in piscina, tennistavolo. Li dove è necessaria la ripetitività del gesto, i cinesi sono i migliori, veri e propri robot.  Così decine di migliaia di bambini sono reclutati per lo sport competitivo e da tre-quattro anni sono costretti ad imbrigliare le loro vite in una routine asfissiante, fatta di scuola e sport, senza che vi sia spazio per molto altro. Crescono così, addestrandosi.

Ciò che agli occhi di Occidentale sembra follia, scandalo, eccesso, per loro è mero dovere, un addestramento tipico, promosso a partire da un’ideale sportivo forse troppo ambizioso e sopra tono. La missione è unica: vincere ai Giochi e dare gloria al Paese. Che li osserva, li sprona, li aspetta con l’oro e in caso di fallimento li giudica con severità.  Le aspettative della popolazione e delle autorità nei confronti degli atleti sono infatti spaventosamente alte, tanto che il quotidiano del partito comunista cinese ha ammesso che “l’ossessione per le medaglie d’oro ha rovinato lo spirito sportivo”. Quello stesso spirito che è la matrice su  un si erge fiera la bandiera dei Giochi.

 

Francesca Rotondo

 

 

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