“La cattiva coscienza”, unica possibilità per l’espiazione secondo Vladimir Jankèlèvitch

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Il filosofo francese Vladimir Jankèlèvitch nel 1933 scrive “La cattiva coscienza”, elaborato di filosofia morale nel quale egli, sulla scìa dell’analisi nietzschiana, fornisce una nuova lettura di questo tipo di coscienza. Se Nietzsche, infatti, l’aveva intesa come la malattia moderna dell’umanità che, con l’avvento del cristianesimo, si sarebbe distaccata dall’ esteriorizzazione dell’aggressività dei suoi istinti animali per introiettarli tramite il meccanismo dell’autotortura, Jankèlèvitch, invece, concepisce la cattiva coscienza come un tribunale interiore funzionale all’espiazione della colpa e quindi alla salvezza dell’io.

Jankèlèvitch parte dalla considerazione della condizione umana definendola “semicoscienza”: l’uomo è infatti a livello potenziale una creatura essenzialmente etica che si rivela, passando così dalla potenzialità all’attualità, solo tramite uno “scandalo”, ossia un evento esterno che risvegli il singolo dal suo torpore esistenziale.

Il filosofo attua una distinzione tra le due “facce” della coscienza: la coscienza intellettuale pratica e quella morale, generatrice della cattiva coscienza. Egli considera la prima come adeguatamente distante dall’oggetto che analizza: essa è una spettatrice imparziale dei problemi che, in virtù della sua freddezza sentimentale, riesce ad avere una funzione “legislativa”, ossia di previsione e calcolo delle azioni. Essa, infatti, nello stesso momento in cui pone i problemi, considera già l’intrinseca possibilità di questi ultimi di essere risolti. Emblematico è anche l’approccio della coscienza intellettuale pratica al piacere: essa lo concepisce ragionevolmente come meno autentico della felicità, ma non per questo lo ritiene rinnegabile, in quanto è conscia di come esso sia un obiettivo di ricerca costitutivamente proprio dell’io.

Dall’altra parte, invece, la coscienza morale è quella parte incapace di elaborare a freddo le situazioni: essa, poiché è troppo emotivamente coinvolta dal presente per essere d’ausilio nella risoluzione di questioni di fronte alle quali l’io si trova, ha un ruolo meramente giudiziario, cioè è in grado di valutare solo a posteriori le azioni del soggetto, gridandogli addosso cosa egli avrebbe dovuto fare.

Essa, diversamente da quella intellettuale pratica, problematizza anche ciò che è evidente, come ad esempio il piacere: lo concepisce infatti in modo irragionevolmente utopico, ritenendolo rinnegabile assolutamente perché del tutto privo di valore. Questa considerazione attuata dalla coscienza morale genera la cattiva coscienza del piacere, ossia il senso di colpa che l’uomo avverte per aver perseguito il proprio piacere senza curarsi della necessità di valutazione dell’azione morale.

La discriminante tra coscienza morale e cattiva coscienza nella valutazione del piacere risiede nel fatto che la prima è radicale nell’affermazione della necessità di rinnegarlo, mentre la seconda si sofferma sul singolo piacere contingente temendo che esso non sia un vero piacere: essa fonda quindi i suoi giudizi sulla conservazione della nostalgia di una condizione di godimento completo.

La cattiva coscienza è funzionale alla liberazione dell’io nella misura in cui lo fa macerare nel rimorso per il compimento di un’azione negativa: il rimorso è descritto come un parassita che succhia le energie vitali del presente ricordando a quest’ultimo l’irrevocabilità delle azioni passate. Questa perenne riproposizione alla mente della propria colpa risulta essere salvifica solo se l’io non spera, ma vive interamente e fino in fondo la disperazione: secondo Jankèlèvitch, infatti, il dolore, per essere davvero tale, deve essere del tutto privo di qualsivoglia luce che mostri la salvezza imminente.

La condizione dolorosa è descrivibile come una sorta di immobilità della coscienza, bloccata tra il suo ruolo morale che la porta a coincidere completamente con la colpa e la sua funzione intellettuale pratica che fa sì che essa la analizzi in modo distaccato: la coscienza addolorata è quindi tale perché non si identifica completamente né con l’oggetto (la colpa), né con il soggetto, ma è parzialmente entrambi.

Il momento in cui la coscienza bloccata si rimette in cammino arriva del tutto all’improvviso ed è ciò che comunemente si chiama “gioia”: la coscienza assume ora l’irreversibilità del passato non sotto forma né di nostalgico rimpianto, né di colpevole rimorso, ma come dato di fatto da cui partire per la libera azione presente e futura. Così come il dolore, per essere autentico, deve essere privo di barlumi di speranza, allo stesso modo anche la gioia, per essere realmente tale, deve essere libera da ogni ombra di sofferenza e quindi di riflessione: la consapevolezza e la considerazione teoretica del piacere stesso sono infatti già di per sé dolore.

Silvia Di Conno

 

 

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