Incomunicabilità e ricerca di capri espiatori ne “Gli amori difficili” di Calvino

gli-amori-difficili-libroQuesta raccolta di racconti di Calvino, pubblicata per la prima volta nel 1970, ruota attorno ad un unico perno immaginabile come una sorta di mostro a due facce: l’inadeguatezza umana rispetto ai propri gesti e parole nella comunicazione e la ricerca di capri espiatori su cui scaricare tutto il peso esistenziale, in quanto questa “insostenibile leggerezza dell’essere” si fa più sopportabile se trasferita su macigni più facilmente trascinabili.

In altri termini, l’essere umano sarebbe intendibile come problematizzante e quindi problematico, in quanto perennemente alla ricerca di piccoli futili problemi, in modo da distribuire tra questi l’inimmaginabile pesantezza del problema originario, ossia il peso dello stare al mondo.

A tal proposito risulta essere emblematica la stessa struttura del libro che è infatti articolato in due sezioni: la prima intitolata “Gli amori difficili” e la seconda “La vita difficile”. Questo dittico è considerabile come una sorta di matrioska al contrario, in quanto non si procede smontando il pezzo grande per arrivare gradualmente a quelli man mano più piccoli, ma si parte dai microproblemi (gli amori) per arrivare al macroproblema (la vita): i primi risultano quindi essere null’altro che maschere per coprire, ovviamente solo posticciamente, il secondo.

Nella parte “gli amori difficili” si agitano con le ali tarpate dall’incapacità di adeguare i propri sentimenti a gesti e parole molti personaggi tra cui un soldato, un impiegato, un fotografo, un lettore, un automobilista.

La  goffaggine del soldato emerge in tutta la sua tenerezza nel suo improbabile tentativo di farsi notare da una signora seduta accanto a lui sul treno: egli addirittura arriva a fingere di dormire per costruirsi un alibi, così che i suoi insistenti tentativi di sfiorarla possano essere da lei interpretati come “gesti separati dalla coscienza, affioranti appena da uno stagno di sonno”. Ovviamente la grottesca assurdità di questa situazione si concluderà in un nulla di fatto.

La figura dell’impiegato porta in sé l’incapacità di riconoscersi nella propria routine dopo aver leso il tessuto delle proprie abitudini tramite un’esperienza che conserva la sua singolarità nella circolare omogeneità della propria vita.  Infatti quest’impiegato, che vive perennemente chiuso nel grigiore del suo ufficio, ritorna al suo lavoro dopo aver trascorso una notte con una bella signora e, nel suo ritrovare le incombenze quotidiane, sente la sua coscienza bloccata nell’immagine di sé della notte precedente. Egli, mosso dalla volontà di rendere ogni sua azione e parola in ogni momento portatrici di tutto il suo vissuto, finisce col vacillare perché si carica di quell’ansia di non poter mai essere pari a quello che era stato, di non riuscire ad esprimere né con parole né con pensieri quella pienezza d’essere che aveva raggiunto.

Il fotografo vive invece l’incomunicabilità con l’altro per il suo spasmodico desiderio di ricerca in immagini fotografate di quell’unità di molteplici pezzi in cui è frammentata l’esistenza : egli non concepisce infatti la possibilità di selezionare solo alcune scene da immortalare, ma ritiene che la fotografia sia tale solo se esaurisce tutte le sfaccettature possibili di un’unica immagine. Fotografare qualsiasi persona o cosa a tutte le ore del giorno e della notte diviene dunque per lui l’unico modo per dare una sorta di fondamento all’esistenza delle cose, come se il non fotografare un soggetto continuamente, in ogni istante del suo divenire, equivalesse a farlo cadere nell’oblìo della non esistenza.

Il lettore vive l’incomunicabilità con una signora incontrata a mare: egli è infatti così perso nelle vite delle pagine di un libro che le sue stesse vicende diventano ingombranti rispetto allo svolgimento delle esistenze che egli accompagna pagina dopo pagina. Egli, come l’impiegato e il fotografo, fa completamente collassare il suo io nell’azione predominante da lui svolta, finendo col non avere spazio d’autonomia d’essere al di là della lettura della carta stampata, come se l’io si fosse atrofizzato in un solo atto dimenticando in che modo stare al mondo.

La storia d’amore dell’automobilista lascia invece intravedere il barlume di un impercettibile punto di fuga dall’impossibilità di comunicare: egli è diretto dalla fidanzata con cui ha appena litigato e, in questa sua corsa serale sull’autostrada, coglie come l’espressione più autentica dei rapporti umani si possa ridurre ad una luminosa aura, epurata da ogni scoria di superfluo. Solo minimizzando tutto il proprio io a nulla più che a un fascio di raggi luminosi -proprio come quelli emanati al buio dalle macchine in corsa- si diviene comunicazione essenziale, libera dalla complessità degli intricati noti delle vicende umane, che vengono così lasciate “nella scatola d’ombra che i fari si portano dietro e nascondono”. La ragazza amata dal protagonista non è dunque null’altro che energia vitale tradotta in luce in movimento, mentre tutto il resto di lei può restare implicito.

Nella seconda sezione non solo Calvino arriva a delineare l’unica difficoltà reale e fondamentale, ossia la vita, ma svela anche l’autoinganno umano di ricerca di capri espiatori che nella prima sezione ancora non si coglieva.

I due racconti di questa seconda parte, intitolati “la formica argentina” e “la nuvola di smog” ruotano infatti attorno ai sopra definiti “microproblemi” la cui grandezza diviene però insostenibile semplicemente perché essi sono sovraccaricati dal peso umano d’esistere: infatti questi problemi in sé, ridotti  a “raggi di luce”, hanno una consistenza infinitesimale nell’economia dell’intero universo.

Un’ incontenibile invasione di formiche nel primo racconto e la polvere nel secondo sono appunto queste microscopiche difficoltà che assumono proporzioni esagerate perché esasperate dalla necessità umana di capri espiatori a cui attribuire la colpa della propria agonia quotidiana.

Ogni azione dei protagonisti di ambo i racconti è quindi inficiata dalla difficoltà in questione, portandone anche solo implicitamente il peso: i volti di coloro che sono letteralmente “colonizzati” dalle formiche assumono la forma del senso di fastidio per il prurito provocato dalle piccole bestie e di disgusto per l’odore di insetticidi che, anziché sopprimerle, sembrano farle moltiplicare a dismisura.

Nel secondo racconto è invece il grigiore della polvere e dello smog a divenire la materia d’essere del protagonista e degli altri personaggi, tormentati dalla mania della purificazione quanto da quella implicita, di matrice del tutto inconscia, di mantenere il problema in quanto capro espiatorio necessario alla propria sopravvivenza, come se esso potesse espiare al posto del singolo la sua colpa di essere venuto al mondo.

 

Silvia Di Conno

 

 

© Riproduzione Riservata
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: