In un mare di plastica

mareTonnellate di plastica, sul fondo del caro Mar Mediterraneo ci sono 100 mila scarti di plastica per chilometro quadrato. Inoltre, data la sua particolare conformazione, il nostro mare risente maggiormente del marine litter, che qui registra una media tra i 208 e i 760 kg all’anno di rifiuti solidi a persona. La plastica costituisce il 95% di tali rifiuti che ritroviamo su spiaggia o al fondo. Evidenti le conseguenze negative sull’ecosistema marino e, seguendo la catena alimentare, anche sull’uomo che non può più girare le spalle.

Fortunatamente ci sono i dottori che si prendono cura del mare: un valido esempio, che ci rende fieri a livello internazionale, è il laboratorio Biomarker del Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente dell’Università di Siena, che studia gli effetti degli inquinanti sugli organismi marini e che cerca soluzioni concrete per ridurre l’inquinamento del Mediterraneo tramite azioni di mitigazione e di rimozione delle plastiche.

Maria Cristina Fossi, professore associato in Ecologia ed Ecotossicologia presso l’Università di Siena, responsabile del gruppo di ricerca, spiega così il loro approccio: «I nostri studi hanno avuto risonanza internazionale perché siamo stati i primi a sviluppare metodologie non letali, i biomarker non distruttivi, per verificare l’effetto degli inquinanti sugli organismi marini – si tratti di un granchio, di un pesce o di una balena – studiando le risposte biochimiche e molecolari legate alla presenza di contaminanti. Questi effetti venivano studiati fin dalla fine degli Anni 80 con metodi letali per la fauna come in Giappone dove le balene venivano e vengono tuttora uccise per ragioni definite “scientifiche”».

Dal 2011 il team lavora in particolare sull’impatto delle microplastiche sulle balene e altri grandi filtratori delle acque marine come le cozze. «Una cozza filtra 300 litri di acqua al giorno. Una balena ne filtra 70 mila ogni volta che apre la bocca, quindi centinaia di volte in una giornata! Ecco perché questi animali sono potenzialmente i più soggetti agli effetti negativi delle microplastiche». Senza contare la presenza di detriti di plastica nello stomaco di tonni, pesci spada e tartarughe. «Le tartarughe Caretta Caretta, ad esempio, sono un simbolo di questa contaminazione: in una tartaruga morta sono stati trovati 150 pezzi di plastica».

Gli studiosi vorrebbero «portare la nave “Plastic Busters” nel Mediterraneo per monitorare e ridurre sempre più l’impatto della plastica nel nostro mare», però, come accade spesso in Italia, mancano i fondi per proseguire, anche se si tratta di curare il mare e proteggere la nostra stessa salute.

Giulia Cataneo

© Riproduzione Riservata
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: