“In time”: equazione tempo-denaro

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In Time è un film fantascientifico drammatico del 2011 scritto e diretto da Andrew Niccol, con protagonisti Justin Timberlake e Amanda Seyfried.

Ambientato nel 2169, esso porta alle estreme conseguenze il principio implicito su cui il lavoro umano da sempre si basa: se lavorare significa effettivamente sottrarre ore alla propria vita per guadagnare il denaro necessario all’autosostentamento, allora tanto brutalmente quanto semplicemente questa concatenazione di mezzi e fini è riducibile alla semplice equazione per cui acquistare un prodotto significa cedere una parte del proprio tempo al venditore.

L’uso del denaro equivale quindi all’usare una maschera per edulcorare quella che, ridotta all’osso, non è nulla più che cessione di porzioni della propria vita in cambio di beni di consumo.

Quindi non solo il denaro che comunemente si usa non è altro che la reificazione del tempo, ma è anche un modo come un altro per dotare il tempo di un corpo, in quanto qualunque altro mezzo avrebbe potuto adempiere alla funzione di convertire il tempo in materia.

Questo concetto è reso tramite l’inesistenza materiale del denaro. Quest’ultimo si smaterializza nel tempo coincidendo con lo stesso: la quantità di tempo necessaria per pagare un bene è direttamente proporzionale al valore del prodotto o del servizio che si vuol acquistare.

Le persone del 2169 vengono descritte come geneticamente programmate per invecchiare soltanto fino a 25 anni. A quest’età il loro sviluppo fisico si ferma e un timer sul loro braccio, fermo dalla nascita fino ad allora, inizia un conto alla rovescia che dura solo un altro anno, al termine del quale l’individuo morirà all’istante: è a partire da quest’età che comincia dunque la lotta per la sopravvivenza, in quanto ognuno fa di tutto per estendere la durata della propria vita lavorando, rubando o ricevendo tempo in regalo. Tramite una particolare tecnologia, è infatti possibile immagazzinare il tempo in appositi apparecchi, trasferirlo di persona in persona ecc.

Il film segue dunque il principio di realtà nel momento in cui identifica l’acquisto di un bene con la privazione di quella parte di tempo della propria vita impiegata a guadagnare danaro per l’acquisto di quel dato prodotto; è invece fantascientifico nella misura in cui l’oggetto del guadagno ottenuto grazie alla propria attività lavorativa non è il denaro, bensì tempo con cui allungare la propria esistenza.

Questo volgersi di un amaro realismo in fantascienza è una via per apporre alla realtà un lieto fine in essa inesistente: il presupposto di base del film è la non accettazione che il tempo speso nel lavoro non debba più tornare indietro, pertanto si sostituisce la magra ricompensa del denaro con la possibilità di riavere indietro il tempo speso nell’attività lavorativa e di allungare la propria vita, potendo al contempo non solo vivere di più, ma anche essere in grado di acquistare beni e di fruire di servizi tramite la cessione di porzioni del proprio tempo.

Questo sistema non è però esente da squilibri in quanto, sebbene la durata della propria vita possa essere estesa senza limiti tramite il tempo regalato da altri e/o guadagnato col lavoro, la società che si imposta è pregna di disuguaglianze, in quanto i ricchi possono vivere per sempre, mentre gli altri cercano di negoziare giorno per giorno la loro sopravvivenza.

Questi squilibri sono però funzionali al mantenimento di un equilibrio di base: non è possibile consentire a tutti di vivere illimitatamente perché questo comporterebbe una saturazione dello spazio limitato nel mondo , quindi ci sono figure che gestiscono le tasse e le paghe in modo che pochi vivano secoli, millenni o in eterno, mentre i poveri continuino a morire. La situazione si fa sempre più drammatica: l’inflazione aumenta , gli stipendi calano, cresce sempre più il costo della vita e sempre più persone periscono perché il loro tempo scade prima che esse riescano ad accrescerlo.

Emblematica è la figura del custode del tempo che, come egli stesso afferma, non si occupa del mantenimento di una giustizia sociale per cui il tempo dovrebbe essere equamente ripartito tra gli abitanti. Il suo compito è infatti, al contrario, controllare che la maggior concentrazione di tempo si trovi nelle zone giuste, ossia le più ricche, a disposizione di coloro che sanno come meglio amministrarlo.

Il protagonista del film, Will Salas (Justin Timberlake), vive con la madre, ormai cinquantenne, nella zona n.12, la più povera, chiamata “il ghetto”: qui le persone non vivono, ma arrancano giorno dopo giorno cercando di guadagnare un altro po’ di tempo ed evitare di far scadere il loro “orologio vitale”.

Una sera, entrando in un bar della zona 12, Will conosce un uomo, Henry Hamilton, intento ad offrire da bere a tutti per spendere tutto il proprio tempo restante, di ben 116 anni. Egli ha infatti già vissuto 105 anni e non ha intenzione di vivere da privilegiato un altro secolo in una contesto sociale di enormi disuguaglianze.

Improvvisamente, nel bar dei criminali, che sottraggono il tempo agli abitanti della zona 12, tentano di derubare Hamilton, ma Will riesce ad aiutarlo. Ad ogni modo, Hamilton, deciso a morire, regala i suoi 116 anni di vita a Will che decide dunque di sfruttare il patrimonio ottenuto per andare a New Greenwich nella zona 4, la più ricca.

In un casinò in questa zona egli vince a poker ben 900 anni di vita contro il ricco signor Weis e viene a conoscenza della figlia di quest’ultimo, la bella Sylvia (Amanda Seyfried), in compagnia della quale Will vivrà una lunga serie di avventure.

 

 

Silvia Di Conno

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