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“Florence”, la storia vera di Florence Foster Jenkins

Silvia Di Conno 2 agosto 2017 Commenti disabilitati su “Florence”, la storia vera di Florence Foster Jenkins
“Florence”, la storia vera di Florence Foster Jenkins

“Florence”, film del 2016 diretto da Stephen Frears, è stato proiettato domenica 30 luglio alle ore 21 all’Arena 4 palme, luogo situato dal 1998 all’interno del Multicinema Galleria di Bari in cui è possibile assistere all’aperto nella stagione estiva a proiezioni di pellicole cinematografiche della stagione invernale.

La protagonista di questo film è Meryl Streep che interpreta Florence Foster Jenkins (1868/1944), una cantante statunitense di opera lirica che paradossalmente divenne famosa per la sua mancanza di doti canore.

La Streep si cala mirabilmente nei panni di un’anziana signora facoltosa malata da anni di sifilide che vive tra ori e pizzi nell’illusione di avere un talento da coltivare e un marito da amare, in realtà il pubblico la sbeffeggia e il coniuge (Hugh Grant) è il primo regista della finzione in cui la donna vive, in quanto prova una pena nei suoi confronti talmente tanto pregna dell’amore che è stato da non riuscire a smettere di starle accanto e sostenerla, facendole prendere lezioni di canto da un maestro. Anche quest’ultimo è complice nel mantenimento dell’equilibrio di questa bolla di cristallo costruita dal marito di Florence per sostenere la sua convinzione di poter essere una talentuosa cantante d’opera lirica.

Una sorta di “strappo nel cielo di carta” di questa finzione è dato dall’arrivo di Cosme McMoon (Simon Helberg), un pianista imbranato assunto per accompagnare al piano le lezioni di canto di Florence. Non appena la sente cantare egli si trattiene dal ridacchiare e, cadendo dalle nuvole, ha il coraggio di affermare al marito della donna che ella è dannatamente stonata ma, ad ogni modo, egli entra facilmente nel ruolo di attore in questa commedia di cui Florence è al tempo stesso protagonista e vittima a fin di bene: infatti, quando la donna gli chiede il suo parere in merito ad un’eventuale esibizione in pubblico, egli converte la sua totale imbranataggine in menzogna affermando che ella è pronta per entrare in scena.

Il motivo per cui il marito di Florence fa di tutto per tener saldo questo gioco di ruoli sta nel fatto che il canto sembra avere un potere salvifico per la moglie, come se ella, nonostante la sua malattia, sia riuscita a mantenersi in vita tanti anni proprio grazie alle sue note stonate.

La vitalità che risiede nella sua mancanza tanto di tecnica quanto di talento è infatti a suo modo ineguagliabile nella misura in cui le sbavature e le grottesche esagerazioni nel suo canto sembrano riprodurre fedelmente gli spasmi della sua sofferta vita per esserne al tempo stesso la catarsi o più semplicemente la versione parodica di questa.

La posta in gioco sembra essere infatti proprio questa: può la parodia della purificazione avere un effetto catartico maggiore di una catarsi non comica? La risposta è più che affermativa: una lirica che si prende troppo sul serio aderendo ai canoni sembra inefficace per ottenere quella redenzione di cui Florence riesce a godere tramite il grottesco.

L’incapacità delle corde vocali di Florence sembra essere una prova di coerenza del corpo con se stesso: come se esso, in quanto malato, rifiutasse l’ipocrisia di farsi portatore della perfezione formale per adagiarsi invece nella scomoda comodità delle stonature della vita.

La voce della donna sperimenta infatti come comodo ciò che a livello esistenziale è scomodo: essa infatti non si sforza per inseguire la tecnica, ma si lascia andare nell’oblìo tanto del rispetto delle note quanto del parere del pubblico, riproducendo così in modo inconsapevole la scomodità del vivere. Il canto di Florence, quindi, sbeffeggia la vita nella misura in cui rappresenta la trasposizione musicale di quest’ultima: delle note stonate ed esagerate portate sul palco della Carnegie Hall, derise dal pubblico, ma tutto sommato apprezzate e applaudite per il loro simpatico coraggio.

 

Silvia Di Conno

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