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I film di una volta – “Non ci resta che piangere” con Roberto Benigni e Massimo Troisi

Silvia Di Conno 10 aprile 2017 Commenti disabilitati su I film di una volta – “Non ci resta che piangere” con Roberto Benigni e Massimo Troisi
I film di una volta – “Non ci resta che piangere” con Roberto Benigni e Massimo Troisi
Il film del 1984 “Non ci resta che piangere” è stato scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi.
Ambientato nell’estate del 1984 in una campagna toscana, è incentrato sulla storia del bidello Mario (Massimo Troisi) e dell’insegnante Saverio (Roberto Benigni): i due amici si trovano fermi ad un passaggio a livello, in attesa che il treno passi.
Siccome l’attesa si protrae, i due decidono di percorrere una stradina tra i campi: Saverio tra l’altro è preoccupato per sua sorella Gabriella, caduta in depressione per il fallimento della sua relazione con un ragazzo americano.
 Dopo un po’ restano in panne con l’auto in mezzo alla campagna: siccome si fa buio e  inizia a piovere, cercano alloggio in una locanda per la notte. Vengono sistemati in una stanza che ospita già un’altra persona: la mattina dopo, appena svegli,  vedendo l’ospite urinare dalla finestra, cominciano a ridere fragorosamente, ma poco dopo si bloccano nel momento in cui questi viene ucciso da una lancia proveniente dall’esterno.
I due, poco dopo, uscendo di casa e vedendo persone vestite con mantelli e a cavallo, si interrogano senza saper se ridere o piangere: scoprono di essere a cavallo tra l’anno 1400 e il 1500 in un borgo toscano chiamato Frittole. Ritenendolo dapprima un terribile scherzo, sono poi costretti a rassegnarsi alla dura e inspiegabile realtà: si fanno ospitare da Vitellozzo, il fratello dell’uomo ucciso (Remigio), il quale racconta loro di una terribile faida con un tale Giuliano Del Capecchio che sta sterminando la sua famiglia.
 Nel contesto rinascimentale Saverio si adatta bene, quasi che la continuità con il suo secolo non si fosse interrotta, mentre Mario non riesce a liberarsi della sua consapevolezza di vivere in una condizione troppo assurda per essere accettabile. La conoscenza di Pia, fanciulla di una famiglia ricca, fa però cambiare idea a Mario che, infatuatosi di lei, inizia ad andare a trovarla affacciandosi dal muro di cinta della fortezza in cui la ragazza vive.
Questa piega fantascientifica da “Ritorno al futuro” è volta alla ricerca – seppur in toni comici- di reversibilità nella storia: questi due uomini senza arte nè parte, dovendo impiegare in qualche modo il loro tempo in un’epoca a cui non appartengono, decidono di cercare di rendersi utili  cercando di cambiare elementi passati per modificare così la determinazione degli eventi futuri. Partono infatti per la Spagna per persuadere Cristoforo Colombo a non partire per le Indie, in modo che non possa poi scoprire l’America, così da rendere impossibile l’incontro – secoli dopo- tra la sorella di Saverio e quel ragazzo americano che l’avrebbe fatta soffrire.
In Francia Mario e Saverio si imbattono in Leonardo da Vinci e,consapevoli che chiunque al mondo avrebbe voluto essere al loro posto in quel momento, non riescono a frenare il loro entusiasmo. Tentano in ogni modo di spiegargli le invenzioni del XX secolo, ma la loro stessa ignoranza e la distanza dalle conoscenze dello stesso genio rendono impossibile la ridicola impresa: quel goffo tentativo di spiegare il funzionamento e l’uso del semaforo, del termometro, dell’elettricità e del treno si conclude infatti in una rassegnata partita a scopa.
La parentesi rinascimentale, coincidente con la durata di tutto il film, sembra essere in una dimensione che è in bilico tra l’esser già bella e compiuta, pronta a dispiegarsi come effettivamente si è già sviluppata e l’esser potenzialmente modificabile: nel primo caso, i due personaggi sarebbero in un certo senso stati inspiegabilmente designati per esser resi partecipi di eventi già avvenuti; nel secondo, invece, avrebbero un ruolo attivo di intervento sul passato. Non si intuisce a quale delle due possibilità vada incontro il film, visto che si dà sì ai protagonisti la possibilità di intervenire, ma la loro azione è fondamentalmente una caricatura di se stessa e sostanzialmente irrilevante nella modifica degli eventi: è incomprensibile se questi ultimi siano immodificabili in quanto tali o se siano i due protagonisti troppo imbranati per concludere qualcosa di diverso da una partita a scopa con Leonardo da Vinci.
Silvia Di Conno

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