Ficarra e Picone tornano al cinema con “L’ora legale”

Salvatore Ficarra e Valentino Picone tornano al cinema con L’ora legale, in sala dl 19 gennaio. Soffia il vento fresco e corroborante del rinnovamento nel soleggiato paese di Pietrammare, e soffia anche nel cinema di Ficarra e Picone, che, al quinto film, continuano sì con la loro comicità funambolica, garbata e leggera.

Punto di partenza è il tentativo del più classico dei professori – scolastico ovviamente e ovviamente di spiccata onestà e principi – di portare una ventata di aria fresca, politicamente e amministrativamente, nel suo altrettanto classico piccolo paesino siciliano, abituato ad abusi, clientelismo e speculazione. Un tentativo reso possibile dal caso, per la concomitanza di una indagine della guardia di finanza e della caduta in disgrazia del locale pezzo da novanta. Un tentativo che cambia la vita dei due cognati del neo sindaco e di tutta la popolazione.

Restando fedeli ai loro personaggi, Salvo il diavoletto scaltro e dalla battuta sferzante e Valentino il ragazzo timido che sgrana gli occhi con stupore infantile, i due palermitani si ritrovano stavolta a deformare un po’ meno la realtà, non per via di uno sguardo più indulgente verso la Sicilia, ma perché la realtà, ultimamente e in misura sempre maggiore, si è deformata da sola, e lo ha fatto con orgogliosa consapevolezza e a volte perfino con ostentata furbizia, mettendo in pratica gli insegnamenti di almeno un ventennio di cattivi governi e sospinta anche dagli effetti collaterali della nostra atavica e più efficace medicina: l’arte di arrangiarsi, ma anche di adeguarsi.

Ficarra e Picone tratteggiano una serie di personaggi grotteschi, dal parroco, interpretato da Leo Gullotta, che non ci sta a pagare l’Imu per il b&b della chiesa, al vigile (Antonio Catania) che non aveva mai fatto una multa, fino ai due cognati del sindaco (gli stessi Ficarra e Picone) che gestiscono un bar vicino al Municipio prima frequentato a tutte le ore dai dipendenti comunali. Questa volta i comici siciliani non risparmiano niente e nessuno – c’è anche un oscuro tuttofare della politica venuto apposta da Roma per aiutare “i petrammaresi” a liberarsi di Natoli – abili a smarcarsi tanto dal becero qualunquismo accusatorio (fabbricatore di capri espiatori) quanto da quello difensivo (sedotto dalla logica del “tanto lo fanno tutti”), ma peccano per costruzione drammaturgica e messa in scena, scivolando sul pressapochismo. I personaggi sono senza profondità, mere figurine a uso e consumo della politica e dei giornali, dal prete arraffone all’impiegato assenteista, dall’uomo di cultura giusto e mite al meridionale incivile. Quello che Ficarra e Picone ci mettono davanti è uno specchio, un quadretto desolante, di fronte al quale viene difficile pure sorridere. Non che la cosa ci riguardi: quelli in definitiva non siamo noi. Basta seguire le nostre cronache, in fondo, guardarsi in giro, allo specchio, per vedere quanto poco siamo disposti ad accettare gli obblighi e le conseguenze dell’onestà che chiediamo a gran voce.

Ilaria Sinopoli

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