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Eutanasia: la società può garantire la rinuncia ad una vita che non si ritiene più degna di essere vissuta?

Antonio Calisi 26 gennaio 2017 Commenti disabilitati su Eutanasia: la società può garantire la rinuncia ad una vita che non si ritiene più degna di essere vissuta?
Eutanasia: la società può garantire la rinuncia ad una vita che non si ritiene più degna di essere vissuta?

Volgendo lo sguardo alla situazione del nostro Paese in questi giorni, tra le varie vicende drammatiche, mentre da tante famiglie si eleva un grido di aiuto, la discussione politica verte su altri versanti. Conseguentemente, il panorama dell’informazione ha deciso di accendere i riflettori su vicende e considerazioni che riguardano ciò che letteralmente dovrebbe voler dire “buona morte”, ma che è diventato sinonimo di: “disporre a qualunque costo della propria vita”.

I mezzi di comunicazione di questi giorni hanno trattato della preoccupazione del Presidente della CEI, il cardinale Angelo Bagnasco, il quale in occasione dell’apertura del Consiglio Permanente della CEI non ha nascosto la sua preoccupazione per “proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo, sbilanciando il patto di fiducia tra il paziente e il medico. Sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte”.

Sempre di questi giorni è la diffusione del video-appello di Fabiano Antoniani, Dj di 39 anni diventato cieco e tetraplegico in seguito a un incidente stradale. «Signor Presidente della Repubblica, vorrei poter scegliere di morire, senza soffrire. Ma ho scoperto di aver bisogno di aiuto». Questo il succo del discorso rivolto al Presidente della Repubblica Mattarella dal Dj immobilizzato da anni di terapie senza esito. Nel suo appello chiede l’intervento delle istituzioni per la regolamentazione dell’eutanasia e che sia permesso a ciascun individuo di essere libero di scegliere fino alla fine.

Dal Bangladesh giunge la storia di Tofazzal Hossain, che ha dedicato gran parte della sua vita a prendersi cura dei suoi due figli e di suo nipote affetti da una patologia rara, la distrofia muscolare di Duchenne. L’uomo si è appellato alle autorità del Bangladesh chiedendo il permesso di mettere fine alle sofferenze dei suoi familiari ricorrendo all’eutanasia.

Il comune denominatore di questi esempi di cronaca raccontati è “eutanasia”. E di eutanasia, assieme a temi che vanno dalla vita nascente a quella terminale, dalle fasi embrionali alla morte cerebrale, ai trapianti e alla clonazione, se ne occupa la bioetica clinica.

I temi della bioetica sono emersi nel contesto della società e della cultura nordamericane durante i decenni successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, quando, in seguito agli orrori perpetrati dai medici nazisti fu varato il Codice di Norimberga. Il progresso tecnico è giunto ad ammettere nuove elaborazioni scientifiche volte a scandagliare in modo penetrante, la struttura e il funzionamento della vita.

È risaputo: la possibilità sempre più reale di intervenire sulla vita umana affascina, ma nello stesso tempo angoscia e turba l’uomo. Non a caso , l’epoca contemporanea è caratterizzata da una particolare sensibilità nei confronti di tutti quei problemi suscitati proprio dalla possibilità di intervenire artificialmente sull’uomo, e quindi sono oggi sempre più frequenti gli interventi sulla vita tanto nella fase iniziale , quanto in quella finale.

Tutta la questione verte attorno ad alcune domande, le cui risposte fino a qualche decennio fa sembravano ovvie e incontrovertibili: cosa è bene fare? Ciò che è tecnicamente possibile è anche moralmente lecito? La società può garantire la rinuncia ad una vita che non si ritiene più degna di essere vissuta? Ha senso la sofferenza e la morte? Si ha diritto a vivere una vita qualitativamente dignitosa? E chi decide quando questa è dignitosa? Ci si può considerare padroni della propria vita tanto da volerne disporre a libero piacimento?

Con il termine eutanasia si intende la soppressione deliberata di un paziente consenziente a motivo di una “pietà”. L’atto eutanasico, si situa principalmente a livello delle intenzioni, esso è un atto di ricerca positiva della morte come unica soluzione praticabile in una situazione di sofferenza.

Eutanasia, significa letteralmente “buona” (eu) “morte” (thànàtos), non si tratta della “buona morte” che sopraggiunge in modo naturale, senza arrecare dolore e sofferenza, eutanasia si riferisce ad una specie di “anticipazione” della morte per evitare ai malati incurabili (cosiddetti terminali) i tormenti delle sofferenze. Tutto ciò è lecito? Sicuramente non bisogna giudicare senza aver tratto le debite considerazioni. Nè tantomeno si può non capire chi sostiene che: “Niente e nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente, nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo”. Insomma, di chi ritiene che tutto ciò sia una violazione della legge divina, una offesa alla dignità della persona umana, un crimine contro la vita, un “attentato contro l’umanità”, un nuovo totalitarismo.

Perché nuovo totalitarismo? A riguardo ci può aiutare il ricordare Hans Kelsen (1889-1976). Giurista e Filosofo austriaco, teorico del diritto del 900. Considerato il padre dei totalitarismi. In breve, Kelsen teorizzò come alla base della società e dello stato non dovessero esserci dei valori, ma una idea astratta geometrica, dove ognuno poteva inserirvi ciò che desiderava per il bene dello Stato stesso.

L’uomo ha tolto qualsiasi valore normativo dal proprio panorama di vita per mettere alla base della sua esistenza il proprio Io. Io che si è sostituito a Dio, alla Vita in sé sussistente.

È quello che nel film “Mare Dentro” di Amenàbar è sintetizzato meravigliosamente nel colloquio tra il protagonista e il sacerdote affetto dalla stessa malattia; i loro modi diversi di aver affrontato la malattia sono sintomatici del loro modo di pensare e di essere che viene espresso dal colloquio. Il sacerdote dice al protagonista : “Una libertà che elimina la vita non è libertà”. La risposta del protagonista dovrebbe far riflettere: “E una vita che elimina la libertà? È vita?”.

La differenza tra chi ammette la possibilità di disporre della propria vita o meno sta tutta nel semplice “Credere in Dio”? O vi sono dei principi “naturali” che prescindono dalla questione divina, valori che possono regolare la vita?

Ecco il centro della questione: La vita. Cosa è la vita? Chi decide cosa sia vita? Chi dispone della vita? Vi è qualcuno che la dona? Oppure è semplice frutto del caso?

È LA DOMANDA di sempre e di qualsiasi problema etico! È la maledetta mania di qualsiasi uomo di qualsiasi tempo: tentare di definire e di appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene.

Alex Talarico

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