“Enrico IV” e la sua maschera

enrico_iv[1]Quest’opera teatrale di Pirandello si collega alla trilogia metateatrale (“Sei personaggi in cerca d’autore”, “Ciascuno a suo modo” e “Questa sera si recita a soggetto”) per la messa in scena di una recita nella recita: emblematico a questo proposito è il nome del protagonista, il cui vero nome non è mai rivelato, in modo da rendere con ironia tragica l’errata identificazione tra contenuto e forma. L’atteggiamento di Enrico IV nei confronti della sua maschera rispecchia l’approccio di ognuno di noi alla nostra finzione: da un lato la sopportiamo malamente in una condizione di perenne nostalgia di un’autenticità vitale mai sperimentata, dall’altro ne percepiamo la necessità come rifugio, come una sorta di “ubi consistam” nella commedia sociale.

In questa ricerca di un’essenza in cui consistere Pirandello considera strumenti inservibili, anzi responsabili della rovina, la filosofia e l’etica, per via della loro pseudologicità che si impone come dogma finendo col mistificare il mondo, approfondendo una duplice scissione : tra uomo ed enti reali, tra la coscienza e i suoi contenuti.

Egli, invece, racconta di una realtà in cui l’unica legge vigente è quella della disgregazione : in questo caotico scomporsi e ricomporsi di frammenti senza destino, la storia si configurerebbe come un precipitare insensato di eventi che si dissolvono nella consunzione di attimi senza garanzia di continuità. Falsa è infatti qualsiasi teoria che cerchi di cristallizzare la vita in un’apparente armonia di concetti: contro la volgarità di quest’ordine egli contrappone una denuncia spietata, sempre amarissima e sofferta, delle convenzioni entro cui la società mediocre del suo tempo alienava i problemi sostanziali della coscienza.

Pirandello pone a confronto la solitudine tragica, l’illusorio rifugio della follia di Enrico IV, il suo rifiuto a far ritorno al carnevale della sua società, con la falsa pietà di quelli che, continuando la farsa del travestimento da personaggi dell’XI secolo alla corte di Enrico IV, in realtà l’hanno respinto in quel gioco crudele per poi inghiottire nel carcere buio della realtà sociale l’illusione di quella pazzia, per ben dodici anni autentica, ma per otto simulata. Il protagonista è dunque fissato da vent’anni nell’eternità di una maschera, che ha bloccato il sovvertimento dell’ordine reale, tipico di una giornata di carnevale, nell’ordinarietà del quotidiano.

Pirandello stesso riconosce come quest’opera si stacchi dal “grottesco” per tingersi di una tonalità tragica di cui le nostre stesse esistenze sono caratterizzate: la finzione di questo anti-eroe non è altro che l’estremizzazione esasperata della necessità della maschera per ognuno di noi nel meccanismo sociale in cui viviamo in una condizione di heideggeriana “deiezione”, radicati in un determinato presente storico e personale, senza aver mai scelto di venire al mondo.

Pirandello analizza lucidamente come la maschera di uno produca una sorta di reazione a catena nelle maschere degli altri che, di colpo, assecondano inconsciamente l’altro munendosi di un copione, o meglio di un canovaccio, in quanto posseggono gli schemi generali comportamentali in funzione delle persone mascherate che si rapportano a loro, ma le parole spesso fuggono e sfuggono tradendo gli intenti, così che l’inconscio scalpita prepotentemente tramite “lapsus”, indirizzando il parlare umano verso direzioni opposte alla volontà conscia.

Con la figura di Enrico IV, Pirandello raggiunge l’apoteosi di quello straniamento già presente in altri personaggi come Mattia Pascal: è proprio in virtù di quest’alienazione dalla vita che i personaggi pirandelliani riescono a guardare dall’alto la commedia mondana, incongruente nella sua infinità di frantumi. Ma “il più incolmabile caos inghiotte l’uomo quando egli tenta di fuggire il caos degli uomini”: Enrico IV, pur osservando la vita degli altri da una prospettiva straniata, è anch’egli turbato da passioni e rimpianti che lo legano alla vita.

Egli, poi, una volta che la sua shakespeariana finta follia è smascherata, vorrebbe vivere ciò che non ha vissuto con Matilde, la donna amata prima di impazzire, riappropriandosi di lei nella forma di allora, rintracciabile in Frida, giovane figlia di Matilde. Il gesto finale di Enrico rappresenta l’impossibilità di fuga da qualsivoglia maschera: la pazzia torna ad essere il suo habitus e nel momento stesso in cui lo inghiotte gli fa commettere l’omicidio di Belcredi, intervenuto per difendere Frida.

La pazzia, dunque, in quest’opera vive nella contraddittorietà del suo duplice valore: inizialmente, quando essa è autentica, permette una fuga dalla realtà, poi, però, dopo essere stata simulata per tanti anni dal personaggio, sembra vendicarsi dello stesso ingabbiandolo per davvero un’altra volta. Ed ecco che, in una prospettiva di “eterno ritorno”, le attuali parole di Matilde, che ricorda la giornata della cavalcata di Carnevale di vent’anni prima, sono allo stesso modo riferibili al momento presente e potrebbero essere proiettate in un futuro per raccontare come il medesimo dramma si sia riproposto a distanza di anni: “Non dimenticherò mai quella scena, di tutte le nostre facce mascherate, sguajate e stravolte, davanti a quella terribile maschera di lui, che non era più una maschera, ma la Follia!”

Il medico, intervenuto per curare la follia del “Grande Mascherato”, gli fa percepire il senso della distanza del tempo mediante la riproposizione di quella giornata di Carnevale di vent’anni prima; sostituisce i dipinti che raffiguravano Enrico e Matilde il giorno della cavalcata con persone vere: il Marchese di Nolli, vestito come Enrico quel giorno di vent’anni prima, e Frida, con lo stesso travestimento della madre in quel giorno di carnevale.

Questo psicodramma collettivo, però, è tutt’altro che risolutivo visto che, anziché dare l’idea della doppia distanza temporale (di ottocento anni dal tempo dell’imperatore Enrico IV e di venti dal giorno della cavalcata carnevalesca), pone piuttosto nella prospettiva circolare del tempo che, anche a distanza di tanti anni, torna eternamente su se stesso.

Sono emblematiche a questo proposito le parole di Enrico IV rivolte ai suoi “consiglieri” quando si spoglia della sua finta pazzia: “Giova a noi la luna. Chi può credere, a guardarla, che lo sappia che ottocent’anni son passati e che io, seduto alla finestra, non possa essere davvero Enrico IV che guarda la luna?” Egli afferma dunque che la novità delle azioni e delle parole di oggi è solo una vana illusione, in quanto non facciamo che “rimasticare la vita dei morti”, ricalcando parole già pronunciate e atti già compiuti in un inesauribile circolo. Contrariamente rispetto a quanto sostiene il medico, sarebbe quindi proprio la sensazione di circolarità che scaturisce dalla percezione di distanza del tempo a far smarrire il senno.

Silvia Di Conno

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