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“Cristoforo Colombo e l’America”, la lezione del prof. Farinelli al teatro Petruzzelli

Silvia Di Conno 15 novembre 2017 Commenti disabilitati su “Cristoforo Colombo e l’America”, la lezione del prof. Farinelli al teatro Petruzzelli
“Cristoforo Colombo e l’America”, la lezione del prof. Farinelli al teatro Petruzzelli

 

Domenica 5 novembre alle ore 11 ha avuto luogo la terza delle sei lezioni di storia previste per alcune domeniche dei mesi di ottobre, novembre e dicembre al teatro Petruzzelli di Bari e ruotanti attorno alla tematica del viaggio.

Protagonista di quest’ultimo incontro è stato il professor Franco Farinelli, direttore del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna e presidente dell’Associazione dei Geografi italiani (Agei).

La tematica della scoperta del continente americano è stata affrontata usando come filo conduttore i concetti di spazio e luogo, due modelli messi a punto per “addomesticare la faccia della terra”. Il professore ha infatti fornito una panoramica sulla storia del mondo, mettendo in luce come la vera rivoluzione moderna compiuta da Cristoforo Colombo sia stata sostituire nella mentalità collettiva il concetto medievale di “luogo” con quello di “spazio”: se il primo termine identifica un territorio nei suoi aspetti qualitativi, il secondo è fondato sulla considerazione di qualsivoglia tipo di territorio in senso meramente estensivo, facendo astrazione delle sue particolari caratteristiche.

Nella prima prospettiva, quella medievale, i territori non possono essere dunque interscambiabili perché non si ritiene possibile considerare un territorio per limitarsi a valutarne l’estensione, mettendone tra parentesi le sue peculiarità. Esplicativo in questo senso è “Il Milione”, resoconto del viaggio in Asia di Marco Polo, dei mercanti e dei viaggiatori veneziani. In questo testo è prospettato un modello di mondo “fantastico” in quanto è valutata non l’estensione dei territori, ma la loro durata che coincide con il percorso esistenziale del viaggiatore: si afferma ad esempio che “il deserto dura 1 giorno e mezzo e la foresta 2”. In altri termini, dunque, il mondo interno del soggetto vivente e l’ambiente esterno nel quale si trova a vivere diventano uniti in modo inscindibile: le tonalità emotive dell’io sembrano prolungarsi nello spazio attraversato e viceversa. Per questa ragione, dunque, dell’ambiente circostante si parla come di qualcosa che dura un determinato periodo di tempo e quindi non riducibile ad un dato numero di chilometri, in quanto questi si porrebbero come un’entità estranea che romperebbe la magia dell’unione realizzatasi nella dimensione della durata del tempo tra soggetto (viaggiatore) e oggetto (la natura).

Nella concezione dell’età moderna inaugurata da Colombo, invece, la terra smette di essere considerata come insieme di luoghi irriducibili gli uni agli altri perché dotati di durata e non di estensione e comincia ad essere vista come un territorio misurabile secondo i criteri della geometria euclidea: in questa dimensione, dunque, le diversità dei vari territori sono livellate semplicemente perché irrilevanti nell’azione di computazione, dunque i vari posti nel Pianeta Terra divengono tra loro interscambiabili. Quel rapporto di legame tra io e natura nella dimensione della durata -proprio de “Il milione” e del tempo medievale in generale- sembrerebbe quindi frantumarsi di fronte all’estensione: in altri termini, nell’ambito della considerazione che il soggetto fa del suo rapporto con la realtà, questa sorta di “rivoluzione copernicana” -fondata sul passaggio dal tempo in epoca medievale allo spazio nell’età moderna- scaverebbe un’ insanabile fossa di distanza tra l’io e il mondo da lui sperimentato, in quanto il primo si approccerebbe al secondo non più nella prospettiva ingenua e immediata del tempo, affermando che “la foresta dura due giorni” , ma in un’ottica molto più razionalizzante e mediata che gli fa affermare che “la foresta è lunga 200 chilometri e larga 60”.

Il professore ha quindi considerato come in epoca moderna il mondo diventi copia delle mappe, ma come queste, però, non siano a loro volta in grado di copiare e spiegare il globo: la mappa è intendibile infatti come una rete che si limita ad “addomesticare il mondo” nelle sue maglie senza spiegarlo.

La cartina geografica di cui Cristoforo Colombo si è servito è stata una carta non delle terre, ma dell’oceano, costruita dal più grande cosmografo del tempo, Paolo dal Pozzo Toscanelli, figura eminente anche per aver insegnato a Brunelleschi l’arte della prospettiva lineare. Questa carta geografica è fondata sullo schema della proiezione insegnato da Tolomeo nel II sec d.C. e applicato poi in ambito artistico: esso prevede l’immobilità del soggetto di fronte al quadro prospettico -in quanto se non fosse fermo non coglierebbe la prospettiva- e un intervallo misurabile che lo separi dall’oggetto da osservare. Il punto di fuga è l’ultimo termine di questo schema della proiezione: esso è il punto verso il quale le linee parallele sembrano convergere. Lo statuto ontologico di questo punto è ambiguo, nella misura in cui esso c’è e non c’è al tempo stesso, la sua presenza si dà nell’assenza: emblematico è a questo proposito il timore di Leon Battista Alberti nell’affermare che il punto di fuga sia infinito.

Se nell’età medievale si considerava il proprio rapporto col mondo alla luce del tempo, nell’età moderna, dunque, lo si considera sulla base dello spazio. Per quanto concerne invece il periodo antecedente al Medioevo, ossia l’antichità, c’è da considerare come il concetto di spazio fosse già esistente, ma con un’accezione diversa da quella moderna. Infatti, se nella modernità con Colombo il concetto di spazio si afferma come un “macrocontenitore” inglobante tutte le dimensioni della realtà, tutte indistinguibilmente e necessariamente misurabili, nell’antichità, invece, l’idea di spazio si riferisce solo all’ambito militare: a questo proposito risulta quanto mai significativa la frase di Giulio Cesare “Veni, vidi, vici”  con la quale, secondo la tradizione, egli annuncia la straordinaria vittoria riportata il 2 agosto del 47 a.C. contro l’esercito di Farnace II del Ponto a Zela, nel Ponto. Con il verbo “vidi”, infatti Cesare sembra aver ridotto la conoscenza alla mera visione dello spazio: quest’ultima risulta essere determinante nella vittoria militare.

Altro elemento di notevole scarto tra età medievale ed età moderna risiederebbe nella dimensione transculturale della prima e in quella identitaria della seconda: è infatti con la nascita e l’affermazione delle monarchie nazionali che si afferma il principio di identità culturale.

La figura di Marco Polo -come il professore ha messo in luce- può essere elevata ad emblema della transculturalità del Medioevo: egli, infatti, per le sue missioni ufficiali si è spinto nel Yunnan, nel Tibet, in Birmania, in India, lungo tragitti che ancora oggi presentano difficoltà tutt’altro che lievi ed è stato capace di interagire con le popolazioni di quei luoghi, in quanto ne conosceva le lingue.

Spostandosi poi sul fronte dell’età contemporanea, il professor Farinelli ha sostenuto come, con la realizzazione della globalizzazione, si sarebbe andati incontro ad una serie di processi che puntano alla riduzione del mondo intero ad un unico spazio imbrigliato in una rete economica, sociale e politica come può essere quella che tiene insieme i pezzi di quel mondo falso rappresentato su una cartina geografica.

In quest’ottica il disagio odierno sembrerebbe risiedere nella discrepanza che c’è tra la tensione medievale dei vari territori ad essere sempre più transculturali e la considerazione moderna del mondo come un unico spazio e non come insieme di luoghi. Non è possibile, infatti, pretendere di realizzare una transcultura se di fatto si finisce col far astrazione delle culture: è infatti questa l’operazione che si mette in atto nel momento in cui si riduce il mondo a spazio, a mera estensione, prescindendo dai suoi caratteri intensivi, ossia dalle differenze qualitative tra i vari territori.

Il ritorno al concetto medievale di luogo di cui si è parlato potrebbe essere una via per ritornare a considerare più strettamente la connessione tra il soggetto e l’ambiente a lui direttamente circostante. Altrimenti, l’annullamento della dimensione della durata non fa altro che sconnettere l’io dal territorio in cui si trova e quindi, ovviamente, anche dal mondo: l’illusione della globalizzazione sembrerebbe risiedere dunque proprio nell’esasperazione del concetto di spazio per cui, essendoci mediazione tra sé e l’ambiente circostante, non può che esserci un rapporto di falsa connessione col mondo, di transculturalità di mera facciata.

Solo il ritorno alla durata del luogo e quindi alla connessione al territorio circostante sembrano dunque poter dare – secondo il prof.Farinelli- un fondamento più realistico ad una prospettiva transculturale.

 

Silvia Di Conno

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