Cinema – Melancholia: in attesa della fine

 

Il film “Melancholia”, scritto e diretto nel 2011 da Lars von Trier, è incentrato sull’attesa di una catastrofe imminente che è in procinto diabbattersi sulla terra: il pianeta Melancholia sta infatti per entrare in collisione con la terra e distruggerla. Le protagoniste sono due sorelle: Justine (Kirsten Dunst) in procinto di sposarsi e Claire (Charlotte Gainsbourg).Il tempo dell’attesa è sviluppato in uno schema dittico volto a inquadrare la prospettiva prima di una sorella e poi dell’altra: il film è infatti diviso in due parti, la prima dedicata all’assurdo matrimonio di Justine durante il quale ella tradisce il marito, lo lascia e si licenzia dal lavoro insultando il suo capo e la seconda dedicata alla prospettiva di Claire che ospita la sorella, malata di una forte crisi depressiva.
 
Come il regista stesso ha sostenuto, il suo obiettivo non è stato certo quello di esser fedele all’astrofisica, ma di esaminare la reazione della psiche umana di fronte ad una catastrofe rappresentando a livello fenomenologico i diversi comportamenti umani in queste situazioni. Von Trier ha infatti affermato:  “in un film di James Bond ci aspettiamo che l’eroe sopravviva. Nonostante ciò può essere comunque emozionante. Ed alcune cose possono essere emozionanti proprio perché sappiamo cosa accadrà, ma non come accadrà. In Melancholia è interessante assistere a come i personaggi che seguiamo reagiscono quando il pianeta sta per raggiungere la Terra. » Secondo il regista sin dall’inizio del film deve essere chiara la futura fine del mondo, in modo da far sì che il pubblico non si lasci distrarre dalla suspense dovuta al non sapere cosa accadrà.
Egli ha confessato che l’idea per questo film gli è venuta proprio durante una seduta di psicoterapia per la cura del suo disturbo depressivo: lo psicoterapeuta l’ha infatti fatto riflettere su come le persone depresse abbiano paradossalmente la tendenza ad essere molto più calme degli altri di fronte a situazioni di pressione e  potenziale pericolo perchè sono già pronte al peggio, come se avessero già consumato in loro stesse lo sfacelo, arrivando ad esaurirne la conoscenza. Questa è la ragione per cui mentre la mentalmente sana Claire comincia a soffrire di crisi d’ansia e di panico di fronte al pericolo, specularmente la disturbata mentale Justine, man mano che la tragedia sta per avvicinarsi, volge la sua depressione alla totale rassegnazione che è frutto dell’accettazione dell’impotenza umana difronte a cause di forza maggiore. E’ a questo proposito chiaro il riferimento alla storia di Ophelia, aristocratica danese dell’opera di William Shakespeare, fidanzata del principe e morta suicida dopo l’abbandono di lui. Sia la locandina del film sia una scena dell’introduzione, infatti, mostrano l’attrice che interpreta Justine mentre si lascia trasportare dal fiume, proprio come Ofelia nel celeberrimo dipinto omonimo di John Everett Millais del 1852, mostrato dalla protagonista stessa durante il film.
Lo scorrere del fiume da cui Ofelia si lascia trasportare è infatti la metafora più adeguata per rendere l’atteggiamento assunto da un depresso davanti ad una catastrofe: lasciarsi attraversare dagli eventi senza pretendere di attraversarli di rimando.
 E’ la “grotta magica” l’ultimo angolo nel mondo costruito da Justine  insieme al nipotino Leo, figlio di Claire. I tre aspetteranno la morte tenendosi per mano, riassumendo e suggellando così in un’immagine minimalista il percorso del vivere che si riduce quindi al prendersi per mano attendendo l’incontrollabile, reso quantomeno potenzialmente dominabile grazie a mani che si intrecciano.
Silvia Di Conno
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