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Captain Fantastic: una vita lontana dal mondo globalizzato

Silvia Di Conno 10 aprile 2017 Commenti disabilitati su Captain Fantastic: una vita lontana dal mondo globalizzato
Captain Fantastic: una vita lontana dal mondo globalizzato

Martedì 4 Aprile al cinema barese “Esedra” si è tenuto il secondo appuntamento cinematografico degli undici previsti per questo cineforum dei mesi di Aprile, Maggio e Giugno.
Il film proiettato è stato “Captain Fantastic”, un film del 2016 scritto e diretto da Matt Ross.Questa pellicola è stata presentata in anteprima mondiale al Sundance Film Festival 2016, poi è stata proiettata nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2016, dove ha vinto il premio per la miglior regia.
La storia è incentrata sulla scelta di due genitori di crescere i loro sei figli lontano dalla società, in una foresta del Nord America. Il suicidio della madre, che da tempo era lontana dalla sua famiglia perchè in cura in una clinica psichiatrica per via della sua psicosi, non fa vacillare gli equilibri di questo nucleo familiare libero da qualsivoglia tipo di vincolo sociale. Le attività normalmente compiute proseguono infatti con ancora più forza nella misura in cui sono squarciate dal senso della perdita: i ragazzi – sempre sotto la guida del padre Ben (Viggo Mortensen)- continuano a coltivare e cacciare per procacciarsi il cibo e non cessano mai distudiare anatomia, fisica, lingue straniere e storia, confrontandosi su capolavori letterari, su conquiste storiche e su questioni politiche. Ciò che il padre punta a tener vivo nei figli è il loro spirito critico: definisce per esempio una “non parola” il termine “interessante” pronunciato da sua figlia in riferimento ad una sua lettura; non vuole infatti che i figli decadano in quel mondo -in cui tutti si muovono- di parole livellate che sono talmente tanto usate e abusate da essere svuotate di senso, potenzialmente esposte a significare tutto e il contrario di tutto.
Anzichè festeggiare le giornate tradizionalmente celebrate come ad esempio il Natale, il padre fa festeggiare ai figli il compleanno di Noam Chomsky, un linguista, filosofo, storico, teorico della comunicazione e anarchico statunitense. Ben preferisce infatti che i figli credano nella portata delle azioni umane piuttosto che in narcotici idoli prefabbricati dal capitalismo: è per questo che ripete spesso il motto “sono le azioni a definire gli uomini”. Il rapporto simbiotico con la natura che egli fa costruire ai suoi figli è quindi da interpretare in quest’ottica: l’essere capaci di procacciarsi direttamente il proprio nutrimento, senza la mediazione tra prodotto finito e consumatore normalmente rintracciabile nella società dei consumi, è infatti -hegelianamente- l’unica via per autoemanciparsi.
La pesantezza del compito che il regista si pone – affrontare il problema dell’educazione e del rapporto tra lo stato di natura e civiltà- è alleggerita grazie ad alcune evidenti iperboli: una ragazzina che studia la teoria delle stringhe, una bambina di appena 8 anni che recita a memoria il Bill of Rights e due sorelle che parlano tra loro esperanto. Ad ogni modo, il film non perde credibilità nel trasmettere ciò che intende comunicare: quasi nulla di ciò che si tende a definire “naturale” è tale, ma è in realtà frutto di convenzioni sociali. Si pone visibilmente l’accento sull’ineludibilità di convenzioni nel momento in cui gli uomini convivono: anche la microcomunità del padre e dei suoi sei figli ha infatti delle proprie rigide regole che la fondano. Ponendosi – come direbbe Engelhardt- come “osservatori perfetti” di questi contrapposti sistemi di valori non si avrebbero a disposizione basi oggettive per valutare un sistema organizzativo come migliore rispetto all’altro: sicuramente, però, la comunità familiare presentata preserva molto meglio lo stato di natura proprio degli esseri umani.
Il contatto con l’ambiente civilizzato a casa della sorella di Ben è il momento in cui l’incomunicabilità tra i due mondi è esasperata: due diversi sistemi educativi, due diversi tipi di passatempi e due diverse istruzioni. Da un lato bambini che vestono con i marchi delle multinazionali, sono videogiochi-dipendenti, vanno a scuola quotidianamente ma non conoscono il Bill of Rights; dall’altro bambini che non hanno mai sentito nominare il marchio”Nike” e, non appena lo sentono, pensano alla Dea della Vittoria, passano il tempo cacciando e allenandosi come atleti e, pur non essendo mai andati a scuola, hanno un’istruzione invidiabile anche dai più brillanti studenti.
L’obiettivo del regista non sembra però essere voler  mostrare due situazioni contrapposte per mettere in scena una sterile analisi manicheista, ma provocare pizzicando le corde giuste: l’istruzione, l’educazione, il modo in cui gli adulti parlano ai ragazzi.
Silvia Di Conno

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