Cannabis si, cannabis no: questo è il dilemma

Il parlamento riprenderà tra poco l’esame del disegno di legge  sulla legalizzazione della più famosa pianta angiosperme del pianeta: la cannabis. A partire dal 2015 l’Intergruppo per la cannabis legale, capeggiato dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, ha iniziato ad operare in questa direzione, presentando questo disegno di legge antiproibizionista, sottoscritto da ben 201 parlamentari con il presupposto che, solo creando un regime di legalizzazione, di regole, di controllo e di tassazione sia possibile dare un duro colpo alle mafie.

I principi elencati nella proposta comprendono il possesso della sostanza, la coltivazione in forma sia individuale che associata (tramite appositi cannabis social club), la vendita previa licenza dei Monopoli e l’utilizzo a scopo curativo per preparazioni medicinali da parte di aziende farmaceutiche autorizzate. Più immediati e ravvisabili  anche i divieti e i limiti, ciò che pone un argine tra il lecito e l’illecito, tenendo sempre ben a mente che legalizzare non significa in alcun modo attenuare. I proventi statali derivanti sia dalla legalizzazione stessa che dalle sanzioni amministrative sarebbero destinati al finanziamento dei progetti per la lotta alla droga e alla promozione di interventi istituzionali di carattere informativo, educativo, preventivo, curativo e riabilitativo.

Tanti e variegati sono anche i possibili “effetti collaterali” della suddetta iniziativa. Sancire la nascita di un mercato legale della marijuana  non vuol dire eliminare i soprusi della criminalità organizzata: essa avrebbe sempre modo di infiltrarsi nell’economia legale e manterrebbe in vita  un proprio mercato parallelo. Con la legalizzazione, inoltre, verrebbero meno le sanzioni, la sostanza avrebbe una maggiore visibilità e la semplice riclassificazione da proibita a legale potrebbe far breccia nelle remore morali di alcuni. Sono da considerare inoltre altre temibili conseguenze: una possibile progressione naturale nel consumo di sostanze stupefacenti peggiori (cocaina, eroina e droghe sintetiche), la probabilità di sviluppo di gravi malattie polmonari e la presunta inefficacia, per alcuni indubbia, in campo medico e terapeutico.

I suddetti effetti non possono che evidenziare le fragili fondamenta su cui si erge il disegno di legge e contribuiscono a complicare una questione di per sé spinosa e articolata. Cannabis si, cannabis no: questo è il dilemma.  Il dubbio amletico rende spesso agguerriti gli scontri tra “proibizionisti” e “possibilisti”, i quali adducono reciprocamente spiegazioni convincenti a sostegno delle proprie tesi contrastanti. I possibili risvolti economici, sociali e morali necessitano di una valutazione adeguata, frutto di ricerca costante, informazione e riflessione disinteressata. Solo così sarà possibile imboccare la via regia per la soluzione migliore e perseguire il principio del “male minore”.

Francesca Rotondo

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