“Bellissime”: il libro-denuncia di Flavia Piccinni

“Un viaggio nell’Italia delle baby star, nell’infanzia mascherata da età adulta, un reportage sulle proiezioni materne, raccontato senza mai giudicare”

Teresa Ciabatti

«Una sera di diversi anni fa ho assistito a una sfilata di bambine. Doveva essere una cosa innocente (…) invece davanti mi sono trovata piccole donne miniaturizzate, truccate come adulte e con atteggiamenti ipersessualizzati. Erano bellissime e magnetiche, estremamente sicure di loro. Allora mi sono domandata: da dove nascono queste bambine? Chi sono? Da dove vengono? Che storia hanno? Chi sono i loro padri? Chi, soprattutto, le loro madri?»

Tratto dal racconto di Flavia Piccinni a ilLibraio.it.

 

La scrittrice tarantina Flavia Piccinni, già vincitrice del Premio Campiello Giovani e coordinatrice editoriale di Atlantide, torna alla ribalta con il libro Bellissime: baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite (2017), in cui affronta un tema scottante ed estremamente attuale: quello delle baby modelle. L’intento di questo illuminante e pungente reportage è quello di svelare, «senza paura e senza strumentalizzazioni», i retroscena di un mondo «poco noto, spesso nascosto, che si declina attraverso riviste patinate, cataloghi e pubblicità», ma anche sorrisi forzati e pose maliziose. Per raggiungere questo obiettivo l’autrice si è dovuta immergere fisicamente nella realtà parallela delle giovanissime miss. Percorrendo in lungo e in largo i centri commerciali del napoletano,  la riviera romagnola, le periferie toscane e l’hinterland milanese tra selezioni, sfilate e concorsi di bellezza, la Piccinni è riuscita a captare le ambizioni e le delusioni di queste “donnine in miniatura” e ha raccontato «le loro storie e il loro presente».

Pur adoperando questa particolare chiave di lettura, il libro non fa altro che trattare il delicato tema dell’infanzia nella nostra società. L’analisi che emerge è a tratti sconvolgente, perché in questo mondo ovattato il consentito va, spesso, oltre ogni limite. Si tratta di un mondo che costringe centinaia di bambine ad un’infinita sequela di casting faticosi e snervanti, in cui sono abolite le pause e si affrontano le giornate con poco cibo ed acqua, come nei peggiori penitenziari. Un mondo in cui gli interessi economici in ballo saranno anche notevoli – nel nostro Paese la moda bimbo vale ben 2,7 miliardi di euro – ma che stravolge la percezione dei bambini circa il proprio corpo e il mondo circostante, li proietta nel futuro solo attraverso pressioni sociali e aspettative disfunzionali e ne supporta un’adultizzazione precoce. Truccate e presentate con atteggiamenti, comportamenti, abiti e calzature non in linea con la loro età, bambine di soli quattro, cinque , sei anni dimenticano i propri sogni e le proprie passioni per realizzare quello stereotipo di genere che è l’anticamera dello sfruttamento e della figura della donna-oggetto. Si svela così come nascono i modelli di comportamento e di gusto che tutti acquisiamo attraverso i media e di cosa questi modelli possono produrre sulla nostra pelle e su quella dei più piccoli.

Dove sono i genitori quando succede tutto questo? Leggendo le pagine di questo libro ci si accorge amaramente che sono spesso lì accanto a loro, con «sorrisi congelati» e con gli sguardi «fissi come di un trionfo». Dietro le quinte o sotto uno di quei palchi, le mamme seguono con occhio vigile la passerella della propria baby modella in un’ideale e assurda competizione con le altre partecipanti. Così anche i vestiti finiscono col passare in secondo piano. Disposti a tutto pur di vedere il proprio figlio o la propria figlia sfilare «nel posto dove vanno tutti e dove tutti sognano di essere protagonisti», questi “genitori” assecondano solamente i propri personalissimi sogni di gloria, senza considerare i rischi d tale condotta, che «sono molteplici e non tutti facilmente valutabili». Ad esempio il possibile utilizzo di queste immagini nel “dark web”. Sorgono, così, alcuni inevitabili interrogativi: chi tutela l’immagine di questi bambine? Chi difende la loro esposizione? Esiste un limite e qual è? Ma soprattutto, siamo davvero sicuri di non averlo oltrepassato?”

Firmando una riflessione toccante e realistica sul settore del baby fashion, Flavia Piccinni ha acceso un riflettore nuovo che funge da vera e propria denuncia sociale. Questo resoconto, che sembra esaurirsi nel microcosmo di paillettes, vestiti luminosi, rossetti, lacca, gloss e tacchi, ha invece molto a che fare con quello che sarà l’Italia nei prossimi trenta, quaranta, cinquant’anni. «La costruzione dell’immaginario delle bambine, e dei bambini naturalmente, farà la differenza fra un popolo di aspiranti showgirl e uno di astronaute».

 

Francesca Rotondo

 

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