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“Basta che funzioni” di Woody Allen

Silvia Di Conno 3 agosto 2017 Commenti disabilitati su “Basta che funzioni” di Woody Allen
“Basta che funzioni” di Woody Allen

Il giorno 2 agosto alle 21 sul canale Iris è andato in onda il film “Basta che funzioni”, diretto da Allen e uscito il 18 settembre 2009. A Woody Allen è infatti dedicata la prima serata del mercoledì sul canale Iris: il ciclo “provaci ancora Woody” è iniziato con “Match point” per proseguire con altri brillanti pellicole alleniane.

La commedia “Basta che funzioni”, ambientata a New York, città natale di Allen, è incentrata sulla storia di Boris Yelnikoff (Larry David), un tempo fisico di fama mondiale e professore alla Columbia University, poi caduto in una lucida depressione dopo essersi separato dalla moglie ed aver tentato il suicidio, tentativo che l’ha semplicemente reso claudicante.

Con quella camminata egli sembra prendersi beffa di se stesso, del mondo e del suo suicidio mal riuscito, come se quest’ultimo si fosse reso consapevole di sé, di come paradossalmente non sia altro che massima affermazione della volontà di vivere.

La natura paradossale del suicidio in quanto tale sembrerebbe quindi scolpirsi in quello zoppicare: Boris, infatti, tramite quel suo incedere moribondo si ricorderebbe -sebbene non voglia ammetterlo a se stesso- di come il suo desiderio di morire, per quanto forte possa essere, non eguaglierà o supererà mai la voglia di vivere.

Rassegnato al suo triste destino di sopravvivenza, egli quindi si trascina giorno dopo giorno tormentando i suoi amici con il suo misantropo cinismo e la sua presunta superiorità intellettuale che lo portano a borbottare fondamentalmente contro il genere umano e la sua profonda stupidità.

Insegna scacchi a tempo perso a ragazzini a cui regala umiliazioni a pagamento più che insegnamenti e si tiene strette le sue fissazioni e la sua ipocondria, rincorrendole e non fuggendo da queste, perché esse – insieme al suo quoziente intellettivo- son ciò che lo distinguono dalla media degli esseri umani.

Un giorno si imbatte in una ragazza di nome Melody St. Ann Celestine (Evan Rachel Wood), fuggita dalla sua casa nel Mississippi per via dei suoi genitori troppo oppressivi: chiede ospitalità a Boris che, col suo fare burbero, le si rivolge in malo modo per poi però accettare.

Melody, all’inizio maltrattata da Boris perché ingenua e ignorante, poi diviene per lui l’occasione per mettere in discussione i propri principi a cui egli rimane fedele solo in linea teorica, ma non nella pratica. La fedeltà al personaggio che si è costruito è conservata quindi solo parzialmente, non al punto tale da impedirgli di sposare la ragazza: la pseudo sfiducia da lui nutrita nei confronti di ogni cosa riguardante la vita diviene sempre più pseudo, tanto che egli ricomincia una nuova vita con Melody, nonostante la differenza di età e la sua convinzione di essere intellettualmente superiore a qualsivoglia essere umano.

In altri termini, nel protagonista è enorme il divario tra aspirazioni e sogni nella misura in cui egli aspira ad essere solo e a negare il valore dell’amore, etichettandolo infatti come qualcosa di massimamente effimero, ma sogna che la sua vita lo smentisca.

Il perno del film pare risiedere nella ricerca disperata di angoli di felicità purchè siano funzionanti: Boris, Melody e i genitori di questa che riusciranno a ritrovarla stravolgono le loro vite grazie alla loro forza nel cambiare i propri principi. Il concetto di credo, di ideale, di principio sembra quindi guadagnare un’effimerità maggiore di quella della felicità; la provocazione lanciata da Allen tramite il protagonista -che è palesemente il suo alter ego- sembra essere proprio questa: non c’è nulla di più effimero della felicità tranne che i principi su cui il funzionamento di questa è stato basato.

La conclusione tratta avrebbe quindi una sorta di carattere pragmatico-abduttivo: se il proprio stolto angolo umano di felicità non funziona è evidentemente opportuno mettere in discussione i principi che l’hanno fondata, in un processo definibile come “abduttivo” perché fondato sulla circolarità tra ipotesi e fatti, ove le prime si ristrutturano continuamente sulla base dei secondi. In questo inesauribile rimando tra teoria e pratica, l’efficacia dei propri ideali è da valutarsi nella prassi, in quanto è utile mantenere un credo nella propria vita solo se pragmaticamente funziona.

 

Silvia Di Conno

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