Autoironia in letteratura: “La coscienza di Zeno”

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Il tratto distintivo de “La coscienza di Zeno” è dato dallo sguardo così acutamente ironico che il protagonista ha su se stesso; differentemente dai due romanzi precedenti, Svevo fa assumere al suo protagonista il ruolo di narratore omodiegetico, con un modo di filtrare gli eventi del tutto inattendibile.

L’intervento di un narratore esterno non ha dunque più ragion d’essere, in quanto la figura dell’inetto ha completato il suo percorso di evoluzione nel personaggio di Zeno: l’inettitudine è presentata come incapacità alla vita, dove il concetto di vita è inteso non come flusso vitale, ma come cristallizzazione dell’individuo in una forma.

“Moriremmo strangolati non appena curati, la vita è di per sé malattia”: su questo pirandelliano conflitto tra vita e forma si innesta la dicotomia malattia-salute. La creazione di Zeno è funzionale all’abbattimento di questi confini: egli nell’analizzare la “normalità” del pragmatismo della moglie Augusta, perfetto esempio di sanità borghese, finisce col tradurla in malattia.

Scopre quindi  che i veri malati sono i presunti sani che vivono ovattati nel loro microcosmo di certezze e incombenze, senza curarsi dell’abisso dell’essere. Zeno analizza l’umanità intera con questo sguardo così distaccatamente ironico, in una prospettiva in cui la radice dei comportamenti umani viene identificata tanto nel contesto sociale in cui l’individuo è calato, quanto nella parte più intima del suo io, per cui sin dalla nascita l’uomo sarebbe inadatto alla vita.

Lo sguardo così impietosamente ironico di Zeno  investe anche i suoi stessi comportamenti, che solo in apparenza sembra voler giustificare, adducendo improbabili motivazioni. In realtà tutta la mediocre meschinità di Zeno risalta per contrasto tra i suoi autoinganni, volti all’autogiustificazione, e le motivazioni reali delle sue azioni; l’ironia che ne scaturisce è dunque oggettiva, perché data da quest’evidente contrapposizione.

Zeno, in definitiva, è contemporaneamente un cieco e un veggente: si maschera con le sue autoillusioni, vestendosi di una cecità paragonabile a quella di Edipo, ma al tempo stesso è in grado di mettere a nudo tutta l’umana meschinità.

Silvia Di Conno

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