Arte e Astrologia. Segni zodiacali e Costellazioni dal Palazzo Farnese di Caprarola: l’Ariete

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Nella volta della Sala del Mappamondo del Palazzo Farnese di Caprarola arte, mitologia e astrologia si incontrano. In mezzo a quella passerella di figure animali e mitologiche stanno anche le dodici costellazioni dei segni zodiacali (tredici se includiamo l’Ofiuco): dopo quella dei Pesci, segue quella dell’Ariete.

La costellazione dell’Ariete non è tra le più estese della volta celeste, tuttavia le sue stelle sono abbastanza luminose. Quelle più facilmente visibili sono le tre che costituiscono la curva della testa dell’animale, nelle carte più antiche da sempre rappresentato accucciato e con il capo rivolto verso il Toro: queste tre stelle sono Hamal (Alpha Arietis, una stella arancione), il cui nome deriva dall’espressione araba che identifica l’intera costellazione, cioè Al Hamal “l’Ariete”, e per questo fatto è anche detta Ras al-hamal “testa dell’ariete”; le altre sono Sheratan (Beta Arietis, una stella bianca), dall’arabo al sharat “il segno”, e Mesarthim (Gamma Arietis) dall’arabo mshartim “i ministri”, trattandosi di una stella azzurra doppia. Un’altra stella dell’Ariete è Botein (Delta Arietis) dall’arabo al Butain “la pancia”, così chiamata perché è situata in quella posizione.
Mentre oggi l’equinozio di primavera si trova nella costellazione dei Pesci, un tempo esso si trovava in quella dell’Ariete, vicino alla stella Sheratan, chiamata “il segno” proprio per questo motivo.

Come già per il Capricorno e i Pesci, le cui costellazioni si legano alla Titanomachia, ovvero la feroce lotta degli dei dell’Olimpo contro i Titani, anche l’Ariete trova dei riferimenti in questo mito: nella speranza di nascondersi agli occhi del mostro Tifone, le divinità avrebbero assunto la forma di animali (il dio Pan del Capricorno, Afrodite ed Eros di Pesci) e tra loro il dio Zeus avrebbero optato per quella di un ariete, prima di essere convinto dalla figlia Atena a combattere. Ma il mito che più comunemente si lega a questa costellazione è quello greco del Vello d’oro, la preziosa reliquia che Giasone e gli Argonauti furono incaricati di recuperare e riportare al re Pelia di Iolco, al quale rimanda anche la costellazione della Nave Argo, l’imbarcazione con cui questi intrapresero il fantomatico viaggio. La storia dell’ariete dal vello d’oro, tuttavia, era iniziata tempo prima: il re di Beozia Atamante, che aveva due figli – Frisso ed Elle – avuti dalla ninfa delle nubi Nefele, per salvare il suo regno da una incombente carestia, aveva chiesto consiglio all’Oracolo di Delo; la sua nuova sposa, la principessa Ino di Tebe, gelosa dei figliastri, aveva corrotto i sacerdoti e li aveva convinti di suggerire al re che la soluzione sarebbe stata il sacrificio di Frisso; così a malincuore Atamante aveva condotto il figliolo sul Monte Laristo, ma il suo sacrificio a Zeus venne interrotto dalla stessa Nefele, che per salvare il figlio dalla sorte ingiusta aveva inviato un ariete alato dal vello d’oro, sul dorso del quale Frisso e la sorella Elle poterono fuggire in volo; mentre Elle non riuscì a terminare il viaggio, avendo perso la presa ed essendo caduta in mare presso i Dardanelli (che i Greci chiamarono per questo Ellesponto), Frisso raggiunse la Colchide e qui sacrificò l’animale a Zeus, che lo inserì anche fra le costellazioni celesti, regalandone poi il vello al re Eeta, presso il quale anni dopo sarebbero giunti Giasone e gli Argonauti.

Claudia Pruner

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