“Ammore e Malavita” e il trionfo della commedia napoletana

La parola canta e le canzoni recitano, celebrando Napoli, in tutto il suo splendore, le sue miserie e la sua umanità. Ammore e malavita, in sala dal 5 settembre, è un film anti-convenzionale che, arrivando sul red carpet di Venezia,  reintroduce il cinema napoletano nel circuito nazionale.

Don Vincenzo Strozzalone, re del pesce e boss camorrista, scampa a un attentato e decide di cambiare vita. Stressato e braccato da criminali e polizia, si finge morto per ricominciare altrove con donna Maria, la consorte cinefila che trova la risoluzione a tutto nelle trame dei film. Ma il suo segreto, condiviso dalla moglie e dai fedeli Ciro e Rosario, ha il fiato corto. Ma Fatima, una giovane infermiera, ha visto quello che non doveva vedere ed essendo una testimone scomoda, l’ordine adesso è di eliminarla. Ciro è il primo a trovarla, risparmiandole la vita perché Fatima è il suo primo grande amore. Un amore perduto ma mai dimenticato. Messa in salvo la fanciulla, Ciro si trova costretto a diventare un lupo solitario braccato dai suoi ex compari e deve rispondere della sua insubordinazione. Davanti a Napoli, a don Vincenzo e alla sua malafemmina.

Un rocambolesco viaggio sentimentale, Serena Rossi e Giampaolo Morelli si calano in un vero e proprio musical, diventando i due volti di una stessa medaglia. Lei infila la maschera della commedia, lui quella della tragedia. Serena Rossi, assolutamente perfetta, è la rappresentazione della napoletanità debordante sia come attrice che come cantante. Giampaolo Morelli è la figura nera, melanconica, recondita. Rimarrà nella storia l’esilarante battuta di Morelli che dice: “è comm’ a pummarola n’goppa ai spaghetti a vongole: non vale un cazzo”.

Dopo Song’e Napule, gli autori romani scelgono nuovamente come protagonista Napoli, luogo di emozione e sentimento, che problemi e contraddizioni li racconta sì, ma con leggerezza. La loro Napoli non è la Napoli di Gomorra, il cui immaginario, anzi, viene preso bonariamente in giro. All’inizio del film c’è una parentesi con un tour operator che organizza visite alle Vele di Scampia con scippo annesso, “the ultimate touristic experience”.

Con un occhio puntato alla sceneggiata napoletana e uno al cinema d’azione d’autore, i Manetti non si scordano mai che la loro è una commedia, e che il pubblico deve ridere e divertirsi. E loro lo fanno, con intelligenza e senza volgarità, concentrandosi sulla lingua, sul gesto, sulla tradizione popolare della sceneggiata, sulla performance, trasformando il film in un’opera d’arte totale. Musica, danza, narrazione, teatro, cinema, recitazione si fondono in maniera indistinta e primordiale nella sceneggiata sentimentale dei Manetti, liberando a pieno campo la creatività da ogni forma di costrizione cinematografica dei singoli mezzi espressivi. I numeri musicali sono irresistibili, tra tradizioni e nuove tendenze della musica napoletana, tutto questo senza necessariamente cantare in italiano, come What a Feeling di Flashdance cantata in occasione del primo incontro tra il personaggio di Giampaolo Morelli e quello di Serena Rossi, sono parte integrante del racconto e dei dialoghi tra i personaggi.

Tra verosimile e onirico, tra quotidiano e cantato, i Manetti realizzano un’opera eccitante in cui confluiscono le loro passioni cinematografiche. Non era facile tenere assieme tutte queste ambizioni, un progetto che sulla carta appare folle. Ma i due fratelli romani ce l’hanno fatta, e Ammore e malavita ottiene numerosi consensi nel suo aspetto kitsch e coloratissimo, nella bravura dei suoi interpreti e nella voglia dei registi di osare, divertendosi loro prima di tutti gli altri.

Ilaria Sinopoli

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