Addio al grande Maestro Andrea Camilleri

Ieri, 17 luglio 2019, si è spento Andrea Camilleri, celebre scrittore, drammaturgo, insegnante all’Accademia nazionale d’arte drammatica, nonché “padre” del commissario Montalbano. Ricoverato un mese esatto fa per arresto cardiaco all’ospedale Santo Spirito di Roma, non aveva più ripreso conoscenza e nelle ultime ore, a detta dei medici, le condizioni già critiche si erano aggravate. Per volontà dello scrittore e della sua famiglia non è stata allestita una camera ardente, ma è stato possibile un ultimo saluto oggi, dopo il funerale presso cimiteri acattolico di Roma. In occasione di questa giornata di lutto la Rai ha proiettato da ieri sera alcune delle frasi più celebri dello scrittore sul muro della sede principale in via Mazzini a Roma.
Andrea Camilleri, nato nel lontano 1925, parente di Luigi Pirandello, ha frequentato il liceo classico “Empedocle”, dove ha conseguito la maturità senza svolgere l’esame, a causa dei bombardamenti della guerra. Poi ha iniziato la facoltà di Lettere e Filosofia a Palermo, ma non ha conseguito mai la laurea. Nonostante ciò, ha iniziato a scrivere poesie, vincendo, nel 1947, il “premio Firenze” e, al contempo, si è iscritto al Partito Comunista Italiano, mostrandosi un fervido esponente. Nel 1949 viene ammesso all’Accademia drammatica, dove ha seguito la regia di alcuni drammi di Pirandello e è stato il primo a portare Beckett in Italia. Nel 1954 vince il concorso per funzionari Rai, ma non viene assunto poiché comunista, e riesce ad entrare alla Rai solo tre anni dopo.
Alla poesia, al teatro e alla tv si affianca la scrittura e la pubblicazione di vari racconti, esordendo ne 1978 con “Il corso delle cose”. Nel 1980 con Garzanti pubblica “Un filo di fumo”, un romanzo ambientato nell’immaginaria cittadina siciliana di Vigata a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Sarò il primo di una serie di racconti che avranno quella cittadina come protagonista. Questo racconto gli è valsa la vittoria del suo primo premio letterario a Gela.
Ma la sua fama raggiunge i livelli più alti a partire da 1994, anno in cui pubblica “La forma dell’acqua”, il primo romanzo sul Commissario Montalbano, a cui è seguita una serie televisiva, che ha affascinato migliaia di spettatori, a partire dal 1999 prima su Rai 2 e poi su Rai 1, con protagonista Luca Zingaretti.
Ai successivi romanzi su Montalbano, tra cui “La pazienza del ragno” (2004), “La luna di carta” (2005), “La caccia al tesoro” e “Il sorriso di Angelica” (2010), si alternano altri romanzi come “Il colore del sole” (2007), dedicato a Caravaggio; “La tripla vita di Michele Sparacino”(2009), romanzo pirandelliano e “L’intermittenza” (2010), thriller moderno ambientato nella Milano odierna.
Partecipa anche all’album di Daniele Silvestri “S.C.O.T.C.H.”, comparendo per la prima volta su un disco, al termine del brano “Lo scotch”, dove racconta una storia avvenuta durante un viaggio in treno. Il suo centesimo libro, scritto nel 2016, “L’altro capo del filo”, è stato scritto in piena cecità, infatti è stato dettato a Valentina Alfierj. Anche il filone Montalbano, come il suo genitore, è destinato ad una fine, infatti Andrea Camilleri, nel 2006, ha consegnato all’editore Sellerio l’ultimo libro con il finale della storia, chiedendo che questo venisse pubblicato dopo la sua morte e dichiarando che alla fine Montalbano non muore.
Camilleri è stato importante soprattutto dal punto di vista linguistico, poiché nei suoi romanzi ha inventato il “vigatese”, una lingua che è un misto tra siciliano e italiano. L’ispirazione per questo tipo di linguaggio gli sovvenne quando, assistendo in ospedale suo padre morente, gli raccontò una storia che avrebbe voluto pubblicare ma che non era capace di comporre in italiano. Suo padre gli suggerì di scriverla come gliel’aveva raccontata. Da quel momento in poi capì che se doveva essere compreso da tutti non poteva esprimersi né completamente in italiano né in siciliano, ma tramite un italiano a cui si intrecciavano termini dialettali in maniera equilibrata e comprensibile. Per Camilleri non è stato un lavoro meramente meccanico ma un «seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che, invece delle note, adopera il suono delle parole».
L’11 giugno 2018, al teatro greco di Siracusa, lo scrittore ha scritto ed interpretato “Conversazione su Tiresia”, spettacolo in cui si è immedesimato nell’indovino anche per la sua cecità e, in una conversazione solitaria, ha toccato temi profondi, come il tempo, la memoria e la morte. Camilleri era pronto alla morte, diceva che faceva parte del pacchetto della vita e non ce ne si poteva esimere. «Se potessi vorrei finire la mia carriera seduto in una piazza a raccontare storie e alla fine del mio ‘cunto’, passare tra il pubblico con la coppola in mano», affermava lo scrittore, invece ha finito i suoi giorni in un letto di ospedale, senza riprendere più coscienza, ma ha lasciato una profonda traccia nei cuori e nelle menti di chi l’ha conosciuto e l’ha letto. La sua semplicità, l’amore per il linguaggio e la determinazione nel perseguire i propri ideali sono solo alcuni dei valori – oggi alquanto rari – che il grande Maestro ha trasmesso al suo pubblico.

Martina Ragone

© Riproduzione Riservata
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: