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Poeti arabi della diaspora Versi e prose liriche di Kahlil Gibran, Ameen Rihani, Mikhail Naimy, Elia Abu Madi

Maria Raspatelli 29 dicembre 2015 Commenti disabilitati su Poeti arabi della diaspora Versi e prose liriche di Kahlil Gibran, Ameen Rihani, Mikhail Naimy, Elia Abu Madi
Poeti arabi della diaspora  Versi e prose liriche  di Kahlil Gibran, Ameen Rihani,  Mikhail Naimy, Elia Abu Madi

medici_copertina_piattoPoeti arabi della diaspora

Versi e prose liriche

di Kahlil Gibran, Ameen Rihani,

Mikhail Naimy, Elia Abu Madi

traduzione e cura di Francesco Medici

 

Poeti arabi della diaspora è un ricco repertorio antologico, a cura di Francesco Medici, che raccoglie i versi di poeti, scrittori, intellettuali siro-libanesi che avevano come urgenza la ricerca della verità nel rispetto del bene comune. Il loro obiettivo era diffondere in Occidente la conoscenza del patrimonio artistico della loro terra d’origine.

Autori come Kahlil Gibran, Ameen Rihani, Elia Abu Madi, Mikhail Naimy rivelano al mondo occidentale lo spirito arabo, il suo impegno in ambito politico e sociale, la forza di essere gli eredi di una cultura millenaria, che ha contribuito a mantenere in vita anche la nostra cultura.

Rihani è stato il primo letterato arabo-americano a comporre poesie e prose liriche in inglese e fin dal 1903 ha introdotto il verso libero in arabo.

Gibran ha mantenuto nella prosa poetica in arabo un gusto emozionale orientale, mentre nella prosa poetica in lingua inglese ha cercato di trascendere i confini tra Oriente e Occidente, ponendo la sua attenzione sul bene comune dell’umanità. Il Profeta del 1923 ne è l’esempio più evidente.

Naimy si cimentò con il suo Il Libro di Mirdad, nella scrittura in inglese, ma rimase prevalentemente impegnato nella poesia classica “moderna” in lingua araba.

Abu Madi non ha mai scritto in inglese, nonostante fosse pienamente immerso nella cultura newyorkese, ma la sua scrittura in lingua araba segnò un rinnovamento del genere poetico, che con la sua opera si apre a un’insolita sensibilità.

Il 28 aprile 1920, presso lo studio di Gibran, al 51 West 10th Street fu fondata la “scuola poetica siro-americana”. Gibran ne fu eletto «Comandante» (presidente), Naimy «Consigliere» (segretario) e Catzeflis «Tesoriere» (amministratore e contabile). Abu Madi aderì all’associazione l’anno successivo (il ruolo di Rihani all’interno del nuovo gruppo non fu invece mai del tutto chiaro).

Il loro scopo era ambizioso. Volevano rifondare un nuovo stile per la poetica araba, troppo stagnante, a volte addirittura celebrativa. Imbrigliata in regole ferree, non poteva rivolgersi al Nuovo Mondo. Gibran, in particolare, è il ponte tra l’imitazione e il rinnovamento nella letteratura araba. Egli ripeteva ai suoi sodali: «Se il significato o la bellezza di un pensiero richiedono che venga infranta una regola, infrangetela; se non esiste una parola conosciuta per esprimere la vostra idea, prendetene una in prestito o inventatela; se la sintassi si oppone all’uso di un’espressione utile, fate a meno della sintassi. Cercheremo di attenerci alle regole finché esse non inibiranno i nostri pensieri, altrimenti istituiremo regole nuove».

D’altro canto la loro non era solo una letteratura romantica, ma intendeva rinvigorire nei loro compatrioti, rimasti in Libano, in Siria, la forza per ribellarsi alla tirannia turca e in seguito ai mandati europei. Lo dimostrano chiaramente espressioni quali: “Il volto di mia madre è il volto della mia nazione, di Kahlil Gibran, o “La libertà spirituale è la strada giusta per la libertà politica” di Ameen Rihani.

L’opera è arricchita da due poesie, contenute nella silloge, musicate e cantate dai Maalavia.

 

Maria Raspatelli

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